mercoledì 17 settembre 2014

Like Pearls


Una tenda a incorniciare gli alberi che assumono le sfumature più belle del dorato e del bronzo. Un cuscino su cui adagiarsi. Il calore di una candela. Un piattino da cui pigramente spiluccare biscotti. Una tazza fumante di tè.
Ti aspetto autunno.

After all... I believe the nicest and sweetest days are not those on which anything very splendid or wonderful or exciting happens, but just those that bring simple little pleasures, following one another softly, like pearls slipping off a string.

Anne Shirley

Tradotto (male) da me: Dopo tutto... Io credo che i giorni più belli e dolci non siano quelli in cui accadono cose davvero splendide o meravigliose o eccitanti, ma quelli che ci regalano semplici piccoli piaceri, che si susseguono dolcemente, come perle che scivolano fuori da un nastro.

(I prodotti della foto sono tutti H&M Home)

lunedì 15 settembre 2014

Quanto pesa?


Non mi capita molto spesso di comprare libri al supermercato; è uno di quei reparti in cui capito di rado. Non amo molto fare la spesa: entro, compro il necessario ed esco; spesso in un'ora sono già a casa. Mi piacerebbe una volta prendermi il tempo di girarlo tutto, sono sicura che farei delle piacevoli scoperte; ma per ora la spesa è solo un dovere e non proprio un piacere.
Anche questa volta ero, come sempre, con i minuti contati ma ero, anche, prossima alla partenza per la montagna e non avevo avuto il tempo di andare in biblioteca: i libri da portare con me in vacanza non erano sufficienti. (Si, è vero, nella libreria ho due scaffali e mezzo di libri ancora da leggere... ma voi da che parte state?!) Così ho fatto un salto nel reparto libri e quasi subito il mio occhio è stato attirato dal formato di questi romanzi; sembravano bignamini. «Ma guarda che cosa si sono inventati...»
Flipback li hanno chiamati; proprio l'altro giorno su Instagram c'è stato uno scambio di opinioni su questi piccoli libretti, che stanno nel palmo di una mano ma hanno una carattere leggibile e sono leggeri, perfetti per seguirti ovunque. Li avete visti e/o comprati? Cosa ne pensate?
Comunque, molti dei titoli proposti non erano di mio interesse o li avevo già letti, ma ormai il formato mi aveva incuriosita e volevo scoprire l'effetto che mi avrebbe fatto leggere un libro così. Di Chiara Gamberale avevo da poco letto “Per dieci minuti” e mi era molto piaciuto, nella sua semplicità e scorrevolezza, mi aveva fatto riflettere parecchio; ho pensato che non mi avrebbe delusa un'altra volta e ho avuto ragione. Ironia della sorte, “Quattro etti d'amore, grazie” è ambientato in parte in un supermercato!
Ecco che cosa ho portato a casa con me, mettendo questo libro nel carrello: due domande; il regalo più bello che un romanzo ti possa fare.

Quanto pesa quello che siamo? E quello che non abbiamo?


venerdì 12 settembre 2014

Tocca a voi!


E' il vostro turno. Nell'asso di tempo in cui vi parlerò delle mie letture estive non ho certo intenzione di smettere di leggere, questa volta però sarete voi a scegliere il mio prossimo libro. Si, avete capito bene, vi do la possibilità di dirmi quale, tra due libri, vi piacerebbe che io leggessi per poi parlarvene qui sul blog.
Pur avendo la bellezza di ben due scaffali e mezzo della mia biblioteca dedicati ai libri ancora da leggere e pur essendo stata, solo tre settimane fa, ricoverata in ospedale e poi convalescente in casa, sono riuscita a fare nuovi acquisti. Ah l'amore per i libri smuove il mondo... il mio almeno!


Il primo che vi propongo è “Uscirne vivi” di Alice Munro. Avevo ricevuto in omaggio, ricaricando il cellulare, un buono da spendere in un libreria Mondadori. Così, nella mia prima passeggiata da convalescente, mi sono trascinata, letteralmente, fino alla libreria a me più vicina. Indovinate che cosa mi ha attirato di questo libro? Il titolo, ovviamente; riassumeva in due parole quello che mi era appena successo (uscire viva da un intervento d'urgenza) e quello che stavo cercando di fare (uscirne viva ma, soprattutto, sana di mente da un lutto). Aggiungiamo anche che non ho mai letto nulla di questa autrice e il libro è tornato, trascinandosi anche lui, a casa con me.


Il secondo è “L'anno del pensiero magico” di Joan Didion. Questo libro è nella mia lista dei “to read” da moltissimo tempo; ne ho sempre sentito parlare benissimo, l'ultima volta nel blog di “Zelda was a writer”, ricevendo così conferma essere una lettura da affrontare prima o poi. Credo di essermi decisa a comprarlo sull'onda del mal comune mezzo gaudio. Non è assolutamente mia intenzione paragonare quello che è successo a me alla perdita del marito dell'autrice; anche se sono del parere che sia giusto rispettare il dolore di tutti, senza inutili paragoni o classifiche: lo so che c'è chi sta peggio di me, ma c'è anche chi sta meglio...

Comunque, ho grandi aspettative da entrambi questi libri e non vedo l'ora di iniziare la lettura di uno dei due. Non fatemi aspettare troppo, quindi, avete tempo tutto il fine settimana per farmi sapere nei commenti quale libro vi piacerebbe io leggessi e io da lunedì mi metterò sotto, cercando di non impiegarci troppo tempo.

Quelle due paginette la sera, giusto per dire di aver letto... ;-)
 


mercoledì 10 settembre 2014

A Drug that heals


With books I practiced esapism, but it is also books that, in the end, led me back to my life. While reading can be deeply narcotic, it is also a drug that heals. For reading lift us out of ourselves, and when we're returned, we're more empathetic, more capacious, wiser. I think reading can be a moral act.

Beth Ann Fennelly

Tradotto (male) da me: Con i libri pratico l'evasione dalla realtà, ma sono anche i libri che, alla fine, mi restituiscono alla mia vita. Mentre leggere può rivelarsi profondamente narcotico, è anche una droga che guarisce. Perché leggere ci solleva fuori da noi stessi, e quando torniamo, siamo più empatici, più capaci, più saggi. Io penso che leggere possa essere un atto morale.

(Nella foto, la mia lettrice preferita che si intrattiene durante un viaggio)


lunedì 8 settembre 2014

Non smettere


Questo libro l'ho conservato con cura. Ho atteso il momento giusto, quando sapevo sarei riuscita a leggerlo con calma, per molto tempo, sprofondandoci dentro, fino a quando ne avrei avuta voglia; non le solite due paginette prima di dormire «Giusto per dire a te stessa che anche oggi hai letto», come dice mio marito per prendermi in giro.
Vanessa e Virginia” di Susan Sellers è uno degli unici due libri che ho acquistato al Salone del Libro di Torino e ovviamente l'ho comprato perché, insieme alla sorella, ne è protagonista lei, la mia scrittrice preferita, Virginia Woolf. L'ho preso a scatola chiusa: non avevo letto recensioni, non ho letto la quarta di copertina, non l'ho sfogliato. Mi comporto così quando ho paura che il mio occhio cada su qualcosa che incrini il mio interesse, o lo inquini, o lo influenzi. Odio quando inizio a leggere un libro con in testa l'opinione troppo di parte di qualcun' altro.
Ricordo il pomeriggio che l'ho preso in mano: VV che dormiva beatamente nel suo lettino, il silenzio della montagna disturbato solo dalla pioggia, la penombra, l'acquolina in testa.
La prima sorpresa è stata la scoperta che il libro è scritto in prima persona, la voce narrante è quella di Vanessa, la sorella di Virginia; all'inizio ne ero disturbata, non so perché, così come non riuscivo ad accettare il suo punto di vista, mi sembrava di parte, devo aver pensato più volte «E' gelosa». Man mano che procedevo nelle lettura, però, ho incominciato ad apprezzare proprio questo particolare; sebbene romanzato, mi piaceva l'idea di un libro che mi facesse conoscere Virginia da un punto di vista esterno, anche se vicino come la sorella. E alla fine, sorpresa delle sorprese, ero felice e curiosa di conoscere meglio Vanessa: la donna, l'amante, la pittrice, la mamma. Virgina Woolf, la scrittrice, era passata in secondo piano.
Mi è venuta voglia di conoscere Vanessa Bell ancora di più; ho il desiderio di vedere i suoi quadri, così vividamente descritti nel libro che avevo come l'impressione di essere lì, accanto a lei, mentre dipingeva ma, soprattutto, vorrei avere la sua forza, la sua passione, quel fuoco sacro che ti brucia nell'anima e che ti da la forza e la spinta a coltivare la tua arte. Quell'arte che è un pezzo di te, scorre nelle tue vene, non puoi vivere senza. Ecco l'unica, preziosissima, cosa che avevano in comune le due sorelle, che me le fa tanto amare, e che ha reso il loro legame così forte, così speciale, così indissolubile.

Il mio occhio va alla finestra: rimango colpita da un tripudio di giunchiglie sotto i meli. Decido di portare fuori il cavalletto e di dipingere... Guardo il giallo, vivido e tangibile alla luce del sole. Hai ragione tu. Quello che conta è non smettere di creare.



venerdì 5 settembre 2014

Comunque


Comunque, per riprendere il discorso dell'ultimo post, nei momenti di lucidità sono più che consapevole che piangere tutte le lacrime di questo mondo non servirà a cambiare nulla anche se, nel dubbio, io le piango lo stesso...
Comunque, anche se guardo la vita in cagnesco perché, sarò pure poco portata per la matematica, ma qualcosa mi dice che quella lì è in debito con me e prima o poi faremo i conti...
Comunque, anche se in alcuni momenti mi sembra che il tempo si sia congelato, invece settembre, incurante di tutto e tutti, è arrivato e con lui la sensazione che un nuovo anno stia per iniziare e come ogni inizio si fanno i buoni propositi.
Il primo che mi è venuto in mente è: riacquistare fiducia nel futuro. Poi mi è mancato leggermente il fiato... Forse è meglio procedere per piccoli, piccolissimi, microscopici passi; che mi viene anche facile, grazie alla cicatrice.
Il mio buon proposito quindi sarà quello di condividere con voi le mie letture estive e cercare di vivere alla giornata. Di più, da queste parti, non ce la si fa.

Dimenticavo. Con questo post spero di aver concluso i piagnistei. Qui nel blog almeno... Ma aggiungiamo un forse che, ormai, del futuro non v'è certezza. Grazie per avermi sopportato e supportato.


lunedì 1 settembre 2014

Che vuole dire per sempre?


Quasi due settimana fa mi beavo del dolce far niente in cui ero immersa, gustavo la possibilità di vivere attimo per attimo, senza programmi e senza aspettative e mi crogiolavo nella quantità di ore spropositate che stavo dedicando alla lettura. Gioivo del mio presente e del mio starci.
Ora, in teoria, non è cambiato nulla: da me non ci si aspetta altro che riposo, tranquillità, sedentarietà: potrei dormire, mangiare e leggere con l'approvazione e benedizione di tutti.
Invece mi sento in gabbia, sclero che è un piacere, passo dal telefono, al tablet, al libro come una vera schizofrenica; una persona che soffre di deficit d'attenzione è più concentrata di me. E se il fisico, dal giorno dell'operazione, mi ha abbandonata, la mente non impiegherà molto a lasciarmi a sua volta se continuo così.
Non sono una persona che ama le sfumature di grigio, per me o è bianco o è nero; questa situazione di stallo mi tortura, non ho pazienza.
Così stavo considerando come solo quasi due settimana fa ero felice del mio presente, che ora invece è il mio nemico perché non lo so accettare; insieme al passato che mi tormenta come un fantasma, e al futuro, a quello che poteva essere e non sarai mai più. Il futuro che non riesco più a sognare.

Ma quanto vive l'uomo?
Vive mille anni o uno solo?
Vive una settimana o più secoli?
Per quanto tempo muore l'uomo?
Che vuol dire per sempre?

Pablo Neruda