lunedì 24 aprile 2017

Il ministero della bellezza


Provate a immaginare questo: un parrucchiere di enorme fama, non vedente, che riesce a salire al governo, istituire un ministero basato solo ed esclusivamente su severi canoni estetici e che incomincia pian piano a riorganizzare la vita degli italiani, prendendo sempre di più il sopravvento. Gli specchi sostituiscono la segnaletica stradale, cibi e bevande poco sani vengono messi al bando, l'ingresso ai centri urbani sono permessi solo dopo una selezione e chi non è abbastanza bello è obbligato ad indossare un sacchetto di carta con i buchi per gli occhi per potervi entrare, fino ad arrivare a un controllo delle nascite basato sulle capacità genetiche dei genitori di mettere al mondo dei bambini di bell'aspetto.
Quando il protagonista del libro, uno scrittore trentenne, capisce che non gli sarà più possibile pubblicare un libro perché non è abbastanza avvenente, cercherà prima di reagire e ribellarsi, poi cercando di farsi beffa del sistema ingaggiando una controfigura, una sorta di avatar.
Nel terzo libro della rubrica Turineisa “Il ministero della bellezza” di Marco Lazzarotto entriamo in quella che viene definita una realtà parallela, un universo distopico in cui vengono esasperati gli aspetti più inquietanti degli eventi sociali degli ultimi anni: i reality, il narcisismo dei Social e una politica dell'immagine sempre più preponderante.
Una lettura scorrevole e leggera che vi strapperà spesso un sorriso con i suoi paradossi e controsensi, ma non potrete fare a meno di non accorgervi del retro gusto amaro. A me ha fatto venire in mente questa frase, ricopiata su un mio quaderno parecchi anni fa:
Lo spettacolo sta per cominciare quando un pagliaccio esce dal sipario e intima a tutti di fuggire perché si è sviluppato un incendio. Tutti si guardano e pensano a uno scherzo per divertire il pubblico. Ma questo insiste, sbraita, si dimena. E tutti giù a ridere... Una grande risata li seppellì tutti, perché l'incendio c'era veramente. Ecco, così io mi immagino l'apocalisse. E così sembra che si stia realizzando.
E ho sperato fino all'ultimo in un finale diverso.

domenica 16 aprile 2017

The power to grow

And so here I am at a crossroads. Or maybe just an open field. Seeds have been scattered throughout these cold bitter months and they are waiting for the spring rain to come. The ground is hardened and eagerly awaits the elements that will soften it, giving it the power to grow.

(Ed eccomi ad un bivio. O forse in un campo aperto. I semi sono stati gettati durante tutti questi freddi e rigidi mesi e stanno aspettando l'arrivo della pioggia primaverile. Il suolo è indurito e aspetta impazientemente gli elementi che lo renderanno morbido, dandogli la forza di far crescere.)

Pasqua sembra la sorella povera del Natale o, almeno personalmente la sento meno. Eppure, dal punto di vista Cristiano, è la festa più importante, quella in cui si festeggia la resurrezione di Cristo, ma non solo.
Conscia della mia ignoranza, ho fatto una breve indagine in rete e ho scoperto che risente di lontani influssi: cade, infatti, tra il 25 marzo e il 25 aprile, ovvero nella prima domenica successiva al plenilunio che segue l’equinozio di primavera. La Pasqua, insomma, si festeggia proprio nel giorno in cui si compie il passaggio dalla stagione del riposo dei campi a quella della nuova semina e quindi della nuova vita per la natura.
Le tanto amate uova pasquali sono simbolo della vita che nasce, secondo un'antica credenza per cui l’uovo cosmico è all’origine del mondo: al suo interno avrebbe contenuto il germe degli esseri. Presso i greci, i cinesi e i persiani l’uovo era anche il dono che veniva scambiato in occasione delle feste primaverili, quale simbolo della fertilità e dell’eterno ritorno della vita. Anche in occasione della Pasqua cristiana, dunque, è presente l’uovo quale dono augurale, che ancora una volta è simbolo di rinascita, ma questa volta non della natura bensì dell’uomo stesso, della resurrezione di Cristo: il guscio è la tomba dalla quale Cristo uscì vivo.
Questo sì che è un vero Capodanno!
Per questo nuovo inizio, per questa nuova pagina bianca, io vi auguro una pausa, un momento tutto per voi.
Forget about enlightenment. Sit down wherever you are and listen to the wind singing in your veins. Feel the love, the longing, and the fear in your bones. Open your heart to who you are, right now not who you would like to be. Not the saint you are striving to become. But the being right here before you, inside you, around you. All of you is holy... Breath out, look in, let go.

John Welwood

VV sarà a casa da scuola e io ne approfitterò per fermarmi insieme a lei. Spero di riuscire a creare una nuova tradizione familiare, piccoli riti e usanze tutte nostre, per questa festa che ho appena riscoperto ed è per me, in questo periodo, molto significativa.
Arrivederci al 24 di aprile. Buona rinascita, Francesca

(Dimentica l'illuminazione. Siediti ovunque tu sia e ascolta il suono del vento nelle tue vene. Senti l'amore, il desiderio e la paura nelle tue ossa. Apri il cuore a chi sei proprio ora, non chi ti piacerebbe essere. Non il santo che ti stai sforzando di diventare. Ma l'essere che è qui proprio di fronte a te, dentro di te, intorno a te. Tutto di te è santo... Espira, guardati dentro, lascia andare.)

lunedì 10 aprile 2017

Guida per gentiluomini all'arte di vivere con eleganza

La vita di Arthur Camden è allo sbando. La moglie lo ha lasciato, l'azienda di famiglia è fallita sotto la sua guida. Per rimediare alla collezione di disfatte, Arthur tenta di dare una svolta alla propria esistenza, ma con risultati grotteschi.
Raramente mi capita di provare una così forte antipatia per il protagonista di un libro. Andavo avanti nella lettura di “Guida per gentiluomini all'arte di vivere con eleganza” di Michael Dahlie con la speranza di vederlo rinsavire e invece era tutto un susseguirsi di passi falsi. Pensavo in continuazione “Ma come si fa ad essere così ingenui?! Come si fa ad essere così stupidi?! Ma perché permette agli altri di mancargli di rispetto?!” e mi arrabbiavo e non mi capacitavo. Soprattutto non riuscivo a spiegarmi perché me la prendessi così tanto con lui, al punto che, inizialmente tentata di mandare al diavolo lui e il libro (ero proprio imbufalita!) ho proseguito la lettura anche per capire questo mio fastidio. Che cosa vedevo in Camden? Quale corda di me andava a toccare il suo modo di essere? Perché è innegabile che, quando i nostri sentimenti vengono coinvolti così tanto, un nervo scoperto è stato pungolato e brucia e fa male. La fuga è la prima reazione ma, consapevole che un libro si può chiudere in qualsiasi momento, ho trovato lo sprone ad andare avanti e di guardarmi sorprendentemente allo specchio.
Arthur ed io non abbiamo nulla in comune se non, ho poi scoperto, un piccolo enorme particolare: il bisogno di essere accettati e amati così come siamo, con i nostri difetti, le nostre imperfezioni, le nostre debolezze. E' stato lui a dirmelo:

Indifeso, forse. Insicuro. Pronto a tutto pur di essere amato.

Forse io non sono disposta a tutto pur di essere amata, ma non è scappando ogni volta da chi non mi comprende che risolverò il problema. Sicuramente non sono una persona che rincorre il prossimo e mendica attenzioni, ma non è standomene chiusa nel mio guscio che eviterò di non soffrire, al massimo non verrò affatto vista.
Inaspettatamente, da un libro che ho preso dalla mia libreria in un momento in cui non avevo altro da leggere e non mi aspettavo nulla di più che svago, perché lo consideravo leggero, ho ricevuto un'importante lezione di vita.
Si rese conto che attendeva con desiderio perfino le canzonature di Rixa: già immaginava come lo avrebbe preso in giro per il suo pallore e per la paura dei cavalloni. Ma qui stava il senso di tutto, nello strano attaccamento di Rixa per lui a dispetto dei suoi innumerevoli comportamenti ridicoli. Pensò ai suoi figli, poi a Ken, persone che parevano volergli bene malgrado cose per cui altri lo ritenevano un buffone.
In questo mondo che rincorre la perfezione, questo libro mi ha insegnato che vale la pena di mostrarci per quello che siamo, renderci ridicoli forse, ma rimanendo autentici e fedeli a noi stessi; solo così facendo possiamo trovare, in mezzo a tutti, coloro che sono in grado di amarci e accettarci, nonostante tutto...

lunedì 3 aprile 2017

Condividere la solitudine


Dall'inizio di quest'anno, una volta alla settimana dopo la scuola, VV ha iniziato a seguire un corso di lingua inglese. Di solito l'accompagnavo, ritornavo a casa e poi uscivo nuovamente per andare a prenderla; ora che è arrivata la primavera e ci sta finalmente regalando delle belle giornate di sole, ne approfitto per fare una passeggiata o fermarmi in un parco a leggere un libro.
Durante una delle mie peregrinazioni, ho intravisto poco distante da me la mia professoressa di inglese del liceo e la mia mente è volata ai giorni di scuola. Quante gliene abbiamo combinate, povera donna! Era una brava insegnante ma troppo buona, poco di polso e, come spesso i ragazzini fanno, ne approfittavamo in continuazione per prenderci qualche libertà di troppo. Ora che ci penso, arrossisco dalla vergogna. Sapevamo, non ricordo da quale fonte, che viveva ancora sola con la madre, il classico stereotipo della zitella, e a causa di questo per noi era ancora più oggetto di pettegolezzo e di scherno: nelle nostre giovani menti limitate era una persona sfigata per antonomasia.
L'essere soli, la solitudine hanno nell'immaginario comune un'eccezione negativa; ce ne siamo accorte Flavia, la mia collega, ed io quando a settembre dello scorso anno abbiamo proposto come tema per il nostro ciclo di Bookcoaching proprio la solitudine: occhiate perplesse, battute su come avessimo scelto un argomento poco allegro e via dicendo. Confesso che, all'inizio, eravamo timorose anche noi.
Ora che il ciclo di Bookcoaching è terminato, ora che durante l'ultimo appuntamento in libreria abbiamo tirato le somme di questi dodici incontri, dei libri letti e delle diverse tipologie di solitudine che abbiamo affrontato, abbiamo avuto la conferma di aver scelto bene. Siamo tutti soli, in un modo o in un altro, capita a tutti di sentirsi così in alcuni periodi della nostra vita, o in alcune giornate, o per i più svariati motivi. Soprattutto, abbiamo tutti bisogno di parlare di quanto ci sentiamo soli, di quanto poco ci sentiamo compresi a volte. Il fatto di poterlo fare, di poter condividere, di poter confrontarsi e di poterlo fare attraverso uno schermo, cioè attraverso i libri, da una prospettiva altra, prendendo le distanze da noi stessi, facendoci così sentire più protetti e meno esposti, ha permesso a tutti (Flavia e me comprese) di parlare liberamente. Abbiamo condiviso la solitudine. Così facendo inoltre abbiamo scoperto che, a dispetto delle prime impressioni, non sempre essere soli è così brutto come si pensi anzi, abbiamo concluso che sia terapeutico, che sia necessario per riuscire ad avere un dialogo con noi stessi, per poter sentire e comprendere i nostri sentimenti e i nostri stati d'animo.
Ho guardato la mia professoressa mentre camminava da sola qualche giorno fa e non ho visto per niente una sfigata; era molto elegante nei suoi vestiti classici e senza tempo, quelli che invece da adolescente avrei definito da vecchia, guardava dritta davanti a se e sorrideva, sicura e soddisfatta. Era l'immagine della felicità.

venerdì 31 marzo 2017

Bookcoaching a Milano!


Avevamo promesso che saremmo ritornati a Milano e noi di Bookcoaching Torino, quando facciamo una promessa la manteniamo!
Sono contentissima di annunciarvi il prossimo ciclo che partirà l'8 aprile e avrà come tematica: le chiavi della felicità.


Flavia ed io siamo convinte che la felicità non sia solo un concetto astratto e irraggiungibile, ma un giardino che va curato e coltivato giorno per giorno, se fatto in compagnia, ancora meglio!
Ecco il programma dei cinque incontri e tutte le informazioni per prendervi parte:


QUI invece la pagina Facebook dell'organizzazione che ci ha invitate e dove potrete trovare tutti gli aggiornamenti.

Milanesi (e non) vi aspettiamo!

lunedì 27 marzo 2017

L'appartamento

Le invidiavo la confidenza con i gesti che, fino ad allora, avevamo attribuito agli adulti. Forse erano sempre stati lì, sottopelle, pronti a emergere come certi virus. I gesti degli adulti veri. Noi, semmai, ne eravamo dei pallidi imitatori.
Vi capita mai di sentirvi dei bambini che stanno giocando ai grandi? A me sì, spessissimo. Prendo un caffè con le amiche e ho come l'impressione di essere ancora quella bambina che giocava alle signore. Guardo VV e realizzo all'improvviso che sono, realmente, mamma. In quei momenti ho come un vuoto allo stomaco, un risucchio, perché mi rendo conto che non sto giocando, ma che sto davvero vivendo quei momenti e un po' mi spavento. Fa paura essere grandi. Quand'è che si smette di giocare e si inizia a fare sul serio?
Ripensai a una coppia che avevo accompagnato quel mattino. A come erano entrati, nell'appartamento, tenendosi vicini. Come avessero una sorta di timore reverenziale per quello che stavano facendo. Così giovani da essere ancora smarriti, nei gesti consueti della vita adulta. Aprire un conto in banca. Pagare le rate della macchina. Affittare un appartamento da dividere in due... Era nostalgia, quella che avevo provato, uno struggimento dolcissimo per quello che tutti siamo stati, e non saremo più. E per tutto quello che avremmo potuto essere e tutte le cose che non faremo più per la prima volta... a loro, la sensazione di aver fatto un passo in più in quella che era, all'apparenza, una strada tracciata, senza curve, in cui non è possibile smarrirsi... quello che vedevo, era la totale aderenza dei loro gesti alla realtà... Vedevo degli ingranaggi perfettamente congegnati, innestati senza traumi.
Cosa succede se quegli ingranaggi si inceppano? Se qualcosa va storto: non si sta alle regole del gioco, si finisce nella casella che ti tiene fermo un turno, devi ripartire dal via, perdi la partita? Puoi sempre provare a giocarne un altra. Puoi provare a smettere di giocare e iniziare a fare sul serio. Diventare grande. E' quello che cerca di fare Angelo, il protagonista di “L'appartamento” di Mario Capello, il secondo libro della rubrica Turineisa.
Separato da poco, lascia il lavoro precario nell'editoria per seguire la ex moglie e il figlio nel paese di periferia dove si sono trasferiti.
Cosa mi aveva spinto ad andare ad abitare vicino a loro, a Cortemaggiore, tre strade più in là a voler essere precisi, lì dove il paese finisce, dissolvendosi nei campi di fieno e granturco, nella cittadina dove ero cresciuto, a da cui ero fuggito alla volta di Torino appena possibile? Cosa mi aveva spinto a lasciare il mio lavoro?...avevo l'impressione di essere nel posto giusto. Esattamente nel posto in cui sarei dovuto stare. Al centro.
A casa mi aspettavano, immersi nell'acqua untuosa del lavello, i piatti del giorno prima. Poi avrei guardato un film, aspettando il sonno, nella mia casa vuota. E il giorno dopo, al termine di un'attesa di anni, avrei saputo cosa aspettarmi. Mi sarei svegliato con qualche certezza – poche, mediocri, ma salde.
Per mantenersi si mette a fare l'agente immobiliare ed è proprio accompagnando i possibili acquirenti a visitare di volta in volta appartamenti diversi che Angelo rifletterà e tirerà le file della sua vita e quella delle persone a cui è voluto rimanere accanto.
Pensai a quello che avevo detto poco prima, in macchina. A come vendere case e leggere manoscritti fossero più simili di quanto avessi pensato. A come entrare nelle storie degli altri fosse un pertugio, un buco in cui affondare lo sguardo dentro una camera oscura.
Durante una di queste visite conoscerà il Signor Ferrero, un uomo tutto d'un pezzo, solido e rispettabile, ma che custodisce un segreto, che riguarda non solo il paese in cui abitano, ma il passato dell'Italia intera. Angelo, da lettore amante delle storie, ascolterà anche quella di questo suo nuovo “amico” e poi agirà di conseguenza, come farebbe un adulto, perché in fondo vogliamo tutti la stessa cosa: non smettere di credere.
Vidi il paese per quello che, in effetti, era: un reticolo di sguardi reciproci. Nel quale nessuno poteva perdersi, ma dove nulla andava perduto.

...le famiglie riunite per cena nei loro appartamenti che la pulizia non poteva preservare dalle macchie dei dettagli nascosti, dai segni che il tempo passava anche in quei loro gusci protettivi, gli sguardi rivolti agli altri, come una rete, i segreti saputi da tutti, ma taciuti, messi da parte come ospiti sgraditi.
Un libro che ho letto tutto d'un fiato, che mi ha incatenata con la storia, ma anche con la scrittura, con le bellissime immagini e metafore legate agli appartamenti, i gusci che ci custodiscono. Un libro ottimista e fiducioso verso il futuro, per quanto il gioco dei grandi sia molto difficile, a tratti per niente divertente.
...aprire alloggi vuoti per arearli e convincere giovani coppie che il futuro esiste e tanto vale investirci.

lunedì 20 marzo 2017

Il momento sbagliato


In questo momento, mentre vi scrivo, al di là del muro dove è appoggiata la mia scrivania, c'è un muratore con la radio accesa che impreca contro qualcosa, sbuffa e sospira. E' un duro lavoro, e non lo scrivo affatto con ironia.
Quando dico che, poco tempo dopo le mie dimissioni dall'ospedale e l'inizio del mio periodo di cura, ho iniziato i lavori di ristrutturazione in casa tutti mi guardano allibiti e sovente leggo un “Tu sei pazza” nei loro occhi. “Per distrarmi...” mi giustifico io. C'è un fondo di verità.
Questi lavori erano in programma da tempo, sia io che mio marito eravamo stanchi di procrastinare, per un motivo e poi un altro, e davvero entrambi abbiamo pensato che iniziarli avrebbe tenuto la mia mente occupata, almeno in parte, su un progetto che, nonostante il disagio per realizzarlo, mi avrebbe resa molto felice a lavori finiti: una casa rinnovata, da dove ricominciare dopo un periodo a tutti gli effetti brutto e difficile. Quasi una metafora esterna e tangibile di quello che sta succedendo dentro di me: distruggere tutto per fare spazio al nuovo.
Non erano pochi i timori con cui abbiamo deciso di iniziare, immaginavamo che fare dei lavori in un appartamento mentre lo si abita non sarebbe stata una passeggiata; temevamo che, con il mio carattere, avrei patito seriamente il disordine, lo sporco e il caos; eravamo preoccupati per VV, così piccola alle prese con una situazione complicata, ma abbiamo chiuso gli occhi e ci siamo buttati, un po' da incoscienti.
In queste ultime settimane sono nel pieno del peggio: teli di plastica che ricoprono buona parte dei mobili per proteggerli, polvere e sporco ovunque (e quando dico ovunque intendo ogni singolo angolino remoto), per sottofondo il martello pneumatico e io che giro per casa con il mio pc o un libro cercando di volta in volta un luogo dove ripararmi. E' anche il periodo in cui sto peggio fisicamente, sto raschiando il fondo delle mie energie e sì, ammetto di essere stanca, proprio tanto stanca. Insomma, tutto concorre a dire che non poteva essere il momento peggiore per fare i lavori in casa. E invece ho avuto conferma che non potevamo prendere una decisione più saggia; avessimo fatto i lavori quando avessi avuto la salute, le forze e le energie, sarei impazzita correndo dietro ai muratori e allo sporco che lasciavano al loro passaggio. Avrei rischiato l'esaurimento, ne sono certa, pulendo casa in continuazione. Ora non ho neanche le forze per disperarmi, guardo lo sporco con rassegnazione e mi ripeto “L'importante è che sia pulito il tavolo e il piatto dove mangiamo, il letto dove dormiamo, il bagno dove ci laviamo, i vestiti che indossiamo, il resto ritornerà tutto pulito. Poi...”
Tutto questo mi ha fatto riflettere su quante volte si aspetta il momento giusto, quante volte si rimanda a fare una cosa perché non è il momento giusto, quante volte si tentenna perché non ci si sente giusti e su come quest'ultimo periodo mi abbia insegnato che, alle volte, il momento sbagliato per fare una cosa si riveli proprio quello giusto.

lunedì 13 marzo 2017

Il marciapiede per Torino


Gironzolavo tra gli scaffali di una libreria quando il mio sguardo è stato attratto da questo libriccino che sulla copertina riporta una sorta di timbro con scritto “Turin”; sguardo che è subito corso al titolo: “Il marciapiede per Torino. Racconti” edizioni Ensemble. L'ho sfogliato velocemente e altrettanto velocemente l'ho comprato; pensavo di regalarlo a una persona di mia conoscenza che ama tanto girare a piedi per Torino.
I giorni passavano e il libro, appoggiato provvisoriamente sulla mia scrivania, continuava a guardarmi. E io lui. “Magari lo leggo, prima di regalarlo, tanto abbiamo abbastanza confidenza, non si offenderà”. E poi scorrevo i nomi degli autori elencati sulla copertina, i più a me sconosciuti; e poi ho incominciato a domandarmi il perché una raccolta di racconti su Torino, se era nata prima l'idea del libro o prima i racconti, e chissà come ne usciva fuori la mia città da quelle pagine.
Pensa che ti ripensa, rimanda e temporeggia, è così che è nata l'idea della rubrica Turineisa, così è cresciuta la mia curiosità di conoscere meglio la realtà culturale torinese e i suoi autori contemporanei e il primo libro di cui parlarvi non poteva che essere proprio questo, quello da cui tutto ha avuto inizio.
Dodici brevi racconti, uno diversissimo dall'altro, da cui emerge ogni volta una Torino altrettanto differente: protagonista, sulla sfondo, nebbiosa, fredda, o che ti avvolge calda come un ricordo, una città che ti appartiene, una città a cui appartieni; la Torino di una volta, la Torino sabauda, la Torino della Fiat, e quella di adesso, che si sta reinventando; la Torino della Mole, simbolo, stendardo che si erge in mezzo alla pianura, il Museo del Cinema e il Torino Film Festival; la Torino dei portici, delle piazze e dei Murazzi.
Il traffico, a modo suo armonico, era regolato dai vigili urbani, i civich, con i loro caschetti bianchi, come i guanti e i manganelli segnalatori. I tram verdi sferragliavano facendo o gara con i filobus, strapieni di assonnati operai in tuta blu, impiegati frettolosi e studenti rasati, con tanto di cravattino nero e cartella in cuoio marrone.
Era la Torino delle periferie grigie come il cielo, dei palazzoni in cemento armato che spuntavano a manciate sui prati di mille vie Gluck; era la Torino dei napuli, della disperazione e della speranza della gente del Sud, dell'Italia povera che si aggrappava al treno del boom economico. E i treni arrivavano, a centinaia, sotto le volte Liberty della stazione centrale di Porta Nuova,...
Era una città dalle mille contraddizioni, ma era la mia città.
In quella copia un po' sbiadita e provinciale della Detroit americana, sfavillavano i Saloni dell'Auto, della Moda e della Tecnica...
Era la città del derby di Sivory e Charles contro gli eredi di capitan Valentino, Bearzot e Ferrini.
Erano le strade della FIAT seicento e dell'Alfa Romeo Giulietta...
Era la mia Torino...

mercoledì 8 marzo 2017

Non ti mentirò


Non ti mentirò. Non ti dirò che puoi tutto, ti dirò che puoi molto. Non ti farò credere che basta volere qualcosa e lottare per averla, per riuscire ad ottenerla, perché dovrai sempre fare i conti con la vita: e lei da e toglie, indipendentemente dall'impegno e gli sforzi che uno impiega. Non voglio che tu un giorno soffra pensando di non aver fatto abbastanza, perché non è così; lascia perdere tutte quelle belle frasi motivazionali, possono spronarti nel momento del bisogno ma ricordati, sempre, che tu potrai arrivare fino ad un certo punto: dove inizia il destino. Questo non ti giustifica a non dare tutta te stessa, ma non devi neanche dannare te stessa: tenta, prova, cadi e rialzati, fai ancora un ultimo sforzo e poi impara a dire basta, impara ad accettare la tua sorte e riparti da lì.

Non ti mentirò. Non ti dirò che la bellezza non conta, perché conta eccome. La bellezza di un fiore, di un gesto, di un'opera d'arte. Riempi la tua vita di bellezza, ma fa in modo che sia tu a decidere che cosa lo è. Ti incoraggerò ad essere bella, a coltivarti, a farti risplendere. Non c'è niente di male nel voler essere belle. Non c'è niente di male a cercare la propria bellezza nello sguardo degli altri, fa in modo però che prima di tutto e tutti sia tu stessa il tuo specchio, il tuo metro.

Non ti mentirò. Non ti dirò che il giudizio non conta e che tu vali come tutti gli altri, perché spesso non ti sentirai così; avrai a che fare con il giudizio della gente tutti i giorni della tua vita e spesso ti capiterà di sentirti svilita, insultata, invisibile, insignificante, debole, aggredita, violata. Che cosa ne vorrai fare di tutto questo? Spero di riuscire ad insegnarti a dargli il giusto peso. Spero di riuscire ad insegnarti che dietro ad una frase cattiva detta a denti stretti, si possono celare molte cose: insicurezza, debolezza, incomprensione, ignoranza, invidia, gelosia, rabbia. Spero di riuscire ad insegnarti che anche se negativi, sono sentimenti (ricordi, l'arcobaleno?), vanno riconosciuti, accettati, curati, altrimenti si ammalano e allora sì, che diventano pericolosi. Non sarò ipocrita, non ti dirò che tu dovrai imparare a non giudicare, perché lo faccio io e so che lo farai anche tu. Spero di riuscire ad insegnarti a usare il tuo giudizio con la giusta cautela e con cognizione di causa: è un coltello dalla lama affilata.

Non ti mentirò. Non ti dirò che le donne sono le tue migliori amiche, ti ricorderò che saranno anche le tue peggiori nemiche. Ti augurerò di incontrare donne straordinarie nella tua vita, che tu sappia coltivare la vostra amicizia e tenertele strette, ma ti ricorderò anche che non ho mai sofferto per un uomo come per una donna. Ma non ho mai, mai, smesso di credere nell'amicizia, nell' “altro”. Arriverà un giorno che penserai di non avere bisogno di nessuno, che ti basti da sola; io insisterò che avrai bisogno di entrambi, te stessa e gli altri, allo stesso modo. Piuttosto, impara a leccarti le ferite e passare oltre.

Non ti mentirò. Se tu fossi nata maschio, ti avrei amata uguale.

lunedì 6 marzo 2017

Speed Book Date


Viviamo in una società strana: è più facile essere in contatto attraverso uno schermo (telefonino, pc) che di persona; sembriamo alle volte tenere di più alle persone che stanno dietro quello schermo che a quelle che ci stanno davanti in carne e ossa. Per fortuna ogni tanto virtuale e reale si incontrano!
Alessandra, del blog “Una lettrice” l'ho conosciuta per la prima volta l'anno scorso durante il Salone del Libro di Torino, grazie a Cristiana di “Viaggevolmente”: ci eravamo ritrovate sedute per terra, in un angolo appartato del Salone, a parlare di libri. Ho avuto il piacere di rivederla allo “Swap a Book Party” la scorsa primavera e da allora siamo rimaste in contatto attraverso i così detti Social: blog, Facebook, Instagram.
Quando ha proposto a noi di Bookcoaching di aiutarla a portare a Torino un evento che aveva già avuto luogo a Milano abbiamo subito accettato con entusiasmo ed ecco che l'11 marzo 2017 avrà luogo lo “Speed Book Date”!
Un aperitivo letterario, un evento che ha come obiettivo conoscere nuovi libri, nuove persone e nuovi sapori. Ogni partecipante è invitato a portare con sé un libro che ha amato e a presentarlo in 5 minuti.
Vi aspettiamo dalle 17:00 alle 19:30 presso Mood Libri e Caffè, Via Cesare Battisti 3/E a Torino, l'iscrizione è gratuita (QUI), l'aperitivo costa 10 euro.
In una notte in cui non riuscivo a dormire (e da qui il detto “la notte porta consiglio”...) ho scelto il libro di cui parlerò. Curiosi di sapere di quale si tratta? Riuscirò a stare dentro i 5 minuti?

Qui trovate l'evento su Facebook.

Andiamo oltre lo schermo, vi aspetto!

lunedì 27 febbraio 2017

Turineisa - La giornata di uno scrittore


Una giornata tipo di uno scrittore torinese me la immagino così, o io la trascorrerei in questo modo fossi una scrittrice e abitassi in centro a Torino. Un po' di fantasia non ha mai fatto male a nessuno...

Dopo ore trascorse davanti al pc cercando di scrivere il romanzo della vita, dopo aver percorso chilometri lungo il corridoio di casa alla ricerca del vocabolo perfetto, dopo aver pranzato da solo di fronte a uno schermo luminoso, dopo aver cominciato a dubitare di essere parte della banda, decide che è ora di uscire a prendere una boccata d'aria fresca. Passeggiando per Via Garibaldi direzione Piazza Castello, fa una piccola deviazione sulla sinistra, tra strette strade a senso unico che lo condurranno al “Bicerin”, storico e famoso locale frequentato da Cavour che da il nome all'altrettanta storica bevanda; c'è sempre la coda di fronte al piccolo bugigattolo tappezzato di marmo, legno e specchi che ospita pochi tavolini, ma lui non si fa trovare impreparato e in attesa legge “Carie”. Dopo aver gustato un'ottima cioccolata calda con panna e aver fatto pace col mondo e le sue velleità di scrittore, riprende il cammino che lo condurrà al “Circolo dei lettori”, non prima però di aver sbirciato le novità esposte alla “Libreria Luxemburg” e fatto un salto al primo piano tra trappetti e palchetto scricchiolante, a sfogliare le edizioni in lingua inglese, sua grande passione. A seconda del giorno della settimana, potrebbe essere impegnato a seguire un corso presso la “Scuola Holden” sognando di diventare uno dei docenti. Il venerdì non si perde le zandebirre di “Zandegù”: ha sentito dire che ora sta per partire anche il bookclub. In attesa che inizi, prende parte agli incontri di Bookcoaching Torino, per capire che cosa sia mai questa nuova diavoleria di fare coaching con i libri...
All'ora di tornare a casa, avrà fatto pace con i libri e le parole che si saranno rivelati, ancora una volta, i migliori compagni di vita.

In ordine di apparizione:

Bicerin: dal 1763, meta obbligata ed esperienza imperdibile per tutti i golosi.
Carie, La rivista letteraria che va alla polpa: fondata a Torino nel 2016, nasce in un Centro dentistico durante una pulizia dei denti, quando Ilaria e Davide, stufi delle solite riviste in sala d’attesa, hanno deciso di fondarne una. A loro si sono uniti gli altri "cariati”, appassionati di lettura, scrittura e illustrazione e si è formata la redazione. Anche se come questo sia davvero avvenuto, non è ancora chiaro a nessun cariato.
Circolo dei Lettori: fin dalla sua nascita (2006) si è rivolto agli amanti delle storie, a cui ha offerto un luogo elegante (il secentesco Palazzo Graneri della Roccia, in pieno centro a Torino) e un programma fitto di incontri, reading, presentazioni, gruppi di lettura e altri appuntamenti focalizzati sull’esperienza letteraria.
Libreria Luxemburg: la libreria più antica della città, aperta nel 1872 con il nome inziale di “Libreria Casanova”.
Scuola Holden: scuola per narratori fondata nel 1994, battezzata così perché l’idea era quella di fare una scuola da cui Holden Caulfield non sarebbe mai stato espulso.
Zandegù, “Tiriamo fuori i sogni dai cassetti”: credono in tante cose, soprattutto che non si smette mai di imparare e che se non sei curioso, lascia perdere.
Bookcoaching Torino, “Un buon libro non è quello che leggiamo ma quello che ci aiuta a leggere noi stessi”.

E ora che sappiamo che cosa fanno, dove vanno e che cosa leggono gli scrittori torinesi, non ci rimane che scoprire che cosa scrivono.

lunedì 20 febbraio 2017

Tre cose che ho imparato grazie alla malattia


Se c'è una cosa che ho constatato da quando mi sono ammalata è che è difficile, per le persone che ti sono accanto, comprendere fino in fondo come ti senti, che cosa pensi, quello che provi; è più facile per chi ha vissuto un'esperienza uguale o simile ma, esattamente come capitava all'università che passavi da chi ti diceva che il tale professore era un incompetente, oppure un fetente agli esami, a chi l'aveva adorato: ogni esperienza è unica.
Condividere però può aprire uno spiraglio, gettare un piccolo fascio di luce, aiutare a capire, anche in minima parte. Qui di seguito tre cose che hanno generato un grosso cambiamento in me e nel mio modo di pensare, o che mi hanno fatta arrabbiare...

Ed è subito odore di santità
Quando dicono “Tutto questo mi ha insegnato a mettere in giusta prospettiva le cose, a comprendere a che cosa davvero dare importanza nella vita”. E io mi sono sempre immaginata sul viso di chi parla uno sguardo di superiorità, di chi ha la verità in tasca. Me lo sono anche immaginato non battere ciglio mentre è in coda se qualcuno gli passa davanti perché lui non ha tempo da perdere in queste sciocchezze, ci sono cose più importanti nella vita.
Io invece parto dal presupposto che sono già arrabbiata per quello che mi è successo e se tu mi passi davanti non sono affatto serafica, perché semmai io ho forse meno tempo da perdere di te. Voglio la corsia preferenziale, non l'aureola.

Devi essere forte, stai combattendo una battaglia
Lo so che chi lo dice lo fa con tutte le buone intenzioni e per spronarti ad essere forte e tenere duro. La verità però è che implica una tua responsabilità nell'esito che purtroppo non hai: se guarisci sei stata brava, se non lo fai hai fallito. Io posso decidere come affrontare la prova a cui sono stata messa di fronte, posso decidere se lasciarmi sommergere e schiacciare, o cercare in tutti i modi di non farmi abbattere, di tenere alto l'umore e cercare di continuare a vivere e non sopravvivere. Prendo coscienziosamente le medicine che mi danno i medici e spero, posso solo sperare; l'esito purtroppo non dipende da me (per fortuna! Voi la vorreste questa responsabilità???). Sento che non ci sono vinti né vincitori.

Sette vite come i gatti
Quando scopri di essere malato la vivi come una grossa ingiustizia. “Perché a me? Perché proprio io?” e ti senti sfortunato, guardi gli altri con occhi arrabbiati quasi fosse colpa loro. Per molto tempo mi sono sentita come se tutti gli altri fossero nati con sette vite come i gatti e io, invece, una sola. Poi un giorno l'illuminazione: se c'è una cosa che ci accomuna è proprio la morte, è il destino di tutti. Solo in quel momento ho compreso davvero fino in fondo quello che mi ha detto il mio medico quando ha visto che ero confusa: “Vuoi che parliamo di percentuali? Vuoi che parliamo di probabilità? Perché quello che ti posso dire io è che incominciamo ad avere che fare con loro nel momento esatto in cui veniamo al mondo: la possibilità di ammalarci, di avere un incidente, ecc.”
Ho capito che posso scegliere di passare il mio tempo a preoccuparmi per la mia malattia o accettare il fatto che il mio destino potrebbe essere di morire per la classica tegola sulla testa: tanto non lo so e rischio solo di sprecare il mio tempo, quello che mi è concesso e che nessuno, nessuno di noi sa quant'è. E voi non sapete che sollievo.
Abbiamo riso tutti alla famosa frase “Ricordati che devi morire!”, “Sì sì, mo'... mo' me lo segno”. Date retta a una cretina, segnatevelo.

Remembering that you are going to die is the best way I know to avoid the trap of thinking you have something to lose. You are already naked. There is no reason not to follow your heart.
Steve Jobs

Facciamo in modo di essere vissuti abbastanza.
Seneca

(Ricordare che sei destinato a morire è il modo migliore per evitare la trappola di pensare di avere qualcosa da perdere. Sei già nudo. Non c'è nessuna ragione che ti impedisca di seguire il tuo cuore.)

lunedì 13 febbraio 2017

Turineisa


Vi ricordate quando studiavate letteratura italiana alle scuole superiori? Come ogni periodo storico avesse il suo corrispondente letterario? Di come gli scrittori fossero ben inquadrati in perfette caselle: dal al romanticismo, dal al naturalismo, dal al decadentismo, e così fino a... Ecco punto, fino a dove siete arrivati a studiare voi? Ho ripreso in mano la mia antologia del liceo e le ultime sottolineature riguardano l'ermetismo, una corrente poetica attiva a Firenze negli anni 1930-40. E poi cosa è successo? Nessuno ha più scritto? Non c'è più storia, non c'è più letteratura?
Non voglio riempire il buco tra gli anni quaranta fino ad oggi ma ho realizzato che io sto vivendo in un determinato periodo storico e che gli scrittori continuano a scrivere e non credo siano molto diversi dagli scrittori studiati sui banchi di scuola; amante dei libri come sono, non sono anche curiosa di sapere che cosa hanno da dire oggi? Forse è più difficile comprendere un determinato arco temporale mentre lo si sta vivendo, forse solo a posteriori si potrà scoprire una corrente letteraria, un argomento comune o uno stile, un sentire che unisca i diversi scrittori, ma nulla mi vieta di leggere i contemporanei sotto questa nuova luce.
Non tutti però, sarebbe un lavoro titanico per me, ma gli scrittori della mia città; è così che è nata l'idea di una nuova rubrica: Turineisa, dove condividerò con voi le pubblicazioni degli scrittori torinesi degli ultimi anni e dove cercherò di comprendere la vita letteraria e culturale della Torino contemporanea. Non avrà una cadenza fissa, ma seguirà semplicemente i miei tempi di lettura.
Sono molto curiosa di scoprire che cosa hanno da raccontare, come lo raccontano e perché; curiosa di scoprire le voci di Torino.
Torniamo sui banchi di scuola?
Essere scrittore non vuol dire solo maneggiare le parole. Significa soprattutto stare attenti alla realtà circostante, alle persone, agli altri...Gli artisti sono sempre piccoli David di fronte a un enorme Golia. Non sono loro a far cadere i regimi, ma vivendo nell'Attuale, nel loro tempo, nel loro “ora”, se non altro ne osservano le storture; se non altro, tentano di capire il perché e il quando delle cose, di ciò che non va. E capire è già molto.

Antonio Tabucchi

lunedì 6 febbraio 2017

Momenti di essere


Non sono una grande lettrice di saggi, anche se spesso mi riprometto di leggerne di più perché credo che cambiare tipo di lettura sia un ottimo allenamento e perché è importante non smettere di imparare e scoprire nuovi punti di vista e nuovi orizzonti. Possedevo questo libro da tempo immemorabile, giaceva in mezzo a molti altri sugli scaffali della mia libreria dedicati ai libri ancora da leggere e, in cerca di ispirazione ad inizio d'anno, ho pensato fosse una buona idea rivolgermi a colei che considero un po' la mia musa: Virginia Woolf.
Momenti di essere” è una raccolta di saggi autobiografici, una sorta di memorie in cui Virginia Woolf percorre quasi quarant'anni della sua vita e in cui analizza alcune delle figure che più hanno avuto influenza su di lei: la madre, il padre, i fratelli e le sorelle.
L'aspetto autobiografico però, se pure molto interessante come aspetto, è solo un pretesto per analizzare la realtà.
Su questo passato influisce molto il momento presente. Quello che scrivo oggi non lo scriverei tra un anno.
E come scrivere, come raccontare, come rendere per iscritto questo flusso della vita che Virginia Woolf sente dentro di sé è la vera indagine di questi scritti. E' affascinante scoprire come questa autrice avesse ben chiaro in mente ciò che voleva dire e come volesse renderlo e fosse alla costante ricerca del come.
...rimettere insieme i frammenti. Questo è forse il piacere più intenso che io conosca. E' l'ebbrezza che provo quando scrivendo mi sembra di scoprire i collegamenti precisi; di rendere vera una scena; di dare coerenza a un personaggio.

Tante volte nello scrivere i miei cosiddetti romanzi mi sono trovata di fronte al medesimo ostacolo: come descrivere quello che nel mio linguaggio privato chiamo “il non-essere”. In ogni giornata il non-essere è molto di più che l'essere. E' sempre così. Gran parte di ogni giornata non la si vive consciamente. Si cammina, si mangia, si vedono delle cose, si provvede alle nostre incombenze; l'aspirapolvere rotto; il pranzo da ordinare; la nota della spesa per Mabel; il bucato,; i pasti da cucinare; i libri da rilegare. Se è una cattiva giornata la proporzione di non-essere è molto più elevata. Un vero scrittore riesce a rendere entrambi gli stati... Io non ne sono mai stata capace. Ho tentato – in “Notte e Giorno”; e in “Gli anni”.
Saggi utili quindi non solo per conoscere meglio il personaggio Virginia Woolf e la sua vita vittoriana da bambina e di membro del Gruppo Di Bloomsbury da ragazza, ma anche la scrittrice e meglio così apprezzare i suoi romanzi che, pur amando tantissimo, confesso di trovarli di non facile lettura.

Se avete piacere di approfondire la conoscenza di questa autrice, vi consiglio di iniziare leggendo la biografia scritta da suo nipote Quentin Bell “Virginia Woolf, mia zia” e, ovviamente, il diario di Virginia Woolf. Il suo romanzo che più ho amato è stato “Gita al faro”, seguito subito dopo da “Mrs Dalloway”, non mi sono ancora cimentata invece con “Le onde”, mi intimorisce.
...un'idea che ho sempre avuto; che dietro l'ovatta si celi un disegno; che il mondo intero è un'opera d'arte; che noi siamo parte di quell'opera d'arte... Questa mia intuizione – è così istintiva che mi sembra data, non costruita da me... Perché la nostra vita non si esaurisce nel corpo e in ciò che diciamo e facciamo; in ogni momento la nostra vita si rapporta a certe unità di misura nello sfondo, a certi concetti. Il mio è che esiste un disegno dietro l'ovatta. E questo concetto influisce su di me ogni giorno. E lo dimostra, ora, il fatto che passi la mattina scrivendo, invece di fare passeggiate, tenere un negozio, o imparare qualcosa che risulti utile se viene la guerra. Mi sembra che scrivendo io stia facendo una cosa che è di gran lunga la più necessaria di tutte.

lunedì 30 gennaio 2017

Stare


Nell'immaginario collettivo, l'essere immobili ha una connotazione negativa, chi è fermo è perduto; bisogna sempre evolvere, cambiare, crescere, migliorare, in uno spasmo continuo verso, non si sa bene che cosa: un obiettivo che invece di essere più vicino man a mano che avanziamo, si allontana sempre di più, diventando irraggiungibile.
Nei scorsi giorni, però, ho scoperto che non è assolutamente così, ho realizzato che stare ha la stessa importanza del fare, il tutto sta nell'imparare quando è necessario agire e quando no, in un fluire armonioso.
Grazie al posto di “Una lettrice” ho scoperto che tutto questo, nella filosofia taoista, ha anche un nome, Wu Wei e lei ne scrive così: “significa lasciarsi fluire, accompagnare gli eventi naturali, essere ricettivi e attenti in ogni situazione per capire quali sono le trasformazioni intorno a noi e cosa fare per accompagnarli.”
Su Wikipedia ho letto che nei primi testi questo concetto è associato all'acqua: sempre uguale a se stessa, è in grado però di assumere qualsiasi forma, è così forte da corrodere la pietra, si separa per poi riunirsi, può andare ovunque.
Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l'acqua. Niente ostacoli – essa scorre. Trova una diga, allora si ferma. La diga si spezza, scorre di nuovo. In un recipiente quadrato, è quadrata. In uno tondo, è rotonda. Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa. Niente esiste al mondo più adattabile dell'acqua. E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei. (Parole attribuite a Laozi)
Il mio Wu Wei, però, in questi giorni, lo associo di più ad una montagna: forte e immobile, resistente a qualsiasi intemperia, in grado sì di spezzarsi e sgretolarsi, ma finita la tempesta, essere ancora svettante il giorno dopo. Ed è così che mi penso, ed è così che mi sto scoprendo di essere in grado di essere. Al punto che ho deciso di fare diventare “Stare” la mia parola dell'anno.
Io che ho sempre patito l'immobilità, le sfumature di grigio, che sono sempre stata impulsiva nel scegliere, non in grado di aspettare, spinta subito all'azione, perché per me le cose erano o bianche o nere, mi sono scoperta forte nella non azione e mi sono molto sorpresa di me stessa. Quando ho scritto che un cambiamento era in atto, avevo sentito giusto...

Non hai bisogno di motivazione. Non hai bisogno di essere invogliato ad agire. Non hai bisogno di leggere liste e post sul fatto che non stai facendo abbastanza... Dobbiamo mettercela tutta e poi accordarci il permesso di lasciare che le cose, qualsiasi esse siano, accadano – e non sentirci così indissolubilmente legati al loro esito. Le opportunità non si presentano sempre nel modo in cui crediamo... Devi lasciare che il tempo faccia il suo corso... Dobbiamo solo lasciare che sia, fare un passo indietro per un attimo, smetterla di autoflagellarci fino allo sfinimento e lasciare che gli ingranaggi girino come vogliono...

lunedì 23 gennaio 2017

La vita felice


Ci sono lati di noi che conosciamo bene, ma spesso non comprendiamo; cose che continuiamo a fare, che continuiamo a mettere in atto per il puro e semplice piacere che il farle ci arreca, anche se siamo solo spettatori.
Come il mio amore per i manuali di scrittura, le biografie degli autori o tutti quei libri che, in un modo o nell'altro, raccontano la vita degli scrittori, il dietro le quinte, il loro modo di vivere e lavorare. Amore incomprensibile, visto che non ho nessuna velleità di scrivere, non ho mai scritto un racconto o l'inizio di un probabile romanzo, semplicemente mi piace venire a conoscere come la magia si crea. Leggo addirittura manuali pieni di esercizi che non faccio!
Quando prima di Natale sono andata alla presentazione del libro “La vita felice” di Elena Varvello, tutto mi sarei aspettata tranne proprio il racconto di come questo suo libro sia nato e il regalo, ancora più grande di un'immagine: un lago ghiacciato.
Lo scrittore cammina su questo lago e, ad un certo punto, si ferma e incomincia a grattare, con qualsiasi strumento lui abbia a disposizione, mani ed unghie, se necessario.
La letteratura è un'ascia che serve a rompere il ghiaccio dentro di noi.
Franz Kafka
Che cosa c'è sotto il ghiaccio? Il pesce, cioè il senso. E il senso di un romanzo non può essere spiegato, è in ogni singola parola.
Quello che non mi aspettavo e che ha reso l'immagine del lago così significativa per me è stato quando ha detto che lo scrittore, su quella superficie, non è da solo: alle sue spalle ci sono i lettori. E adesso ogni volta che leggo, è lì che mi immagino.

Che cosa ha visto Elena Varvello sotto il ghiaccio? L'immagine di un ragazzino che scappava da suo padre. E l'ha seguito. E' la storia di Elia e di come, in una notte, la sua vita cambi per sempre. Il racconto, ormai adulto, di un'estate e di uno strappo che lo ha segnato per sempre; il tentativo di rispondere a una difficile domanda: è possibile, dopo una ferita così profonda, sperare di essere felici?
Sono rimasta alle spalle di Elena Varvello, ho seguito anch'io Elia e ho visto il pesce.
Piccole cose. Il suo respiro, insieme al sibilo del vento che solo io posso sentire. Il fiume che scorre in lontananza, e la sua musica. L'odore della notte. Il bene che, nonostante tutto, diamo e riceviamo. La vita felice. La vita che ci resta, è solo questo, e che non va sprecata.

lunedì 16 gennaio 2017

Under Construction


E' in atto un cambiamento. In me. Lo sento. Come il terreno in inverno sommerso dalla neve, duro e congelato sembra immobile in superficie, ma in profondità si prepara ad accogliere i semi e i germogli della primavera, così sento in me qualcosa fermentare nel profondo. Mi sento in bilico, o come se mi stessi smantellando per costruire qualcosa di nuovo, o sulla soglia di una porta che, per ora, è ancora chiusa. Non so di che cosa si tratta, quando e come arriverà, che cosa significherà e la sua portata per me e per chi mi sta accanto, sono allo stesso tempo curiosa e spaventata. Non vorrei forzare la mano, vorrei solo predispormi ad accoglierlo.
Ho voglia di esplorare territori nuovi, ho voglia di novità, di farmi ispirare, stupire ed entusiasmare. Ho voglia di nuove letture, di nuovi punti di vista, di orizzonti diversi. Realizzare questa cosa mi ha fatto pensare al blog e mi ha portata a domandarmi che cosa vorrei fare e scrivere nei prossimi mesi. Mi piacerebbe sicuramente essere più assidua e costante, ma so che non sempre potrei esserne in grado: questo limite portato dal mio stato di salute l'ho già affrontato nei mesi scorsi e, in parte, accettato. Mi impegnerò a scrivere delle mie letture, perché mi è sempre piaciuto il confronto con voi e perché, egoisticamente parlando, scrivere dei libri che leggo me li fa ricordare molto di più. E poi, se vi fa piacere, vorrei condividere con voi questo mio percorso di cambiamento, qualunque esso sarà e come cercherò di affrontarlo.
Per farlo, però, ho bisogno anche del vostro aiuto: che cosa consigliereste ad una persona in questa fase della vita? Un libro, un articolo, un film, una rivista? Che cosa potrebbe essere di ispirazione, secondo voi? Avete consigli da darmi? Vi siete mai trovati in una situazione simile? A chi o che cosa vi siete rivolti per affrontarla?
C'è poi qualcosa in particolare di cui vi piacerebbe scrivessi? C'è qualcosa che vi piacerebbe approfondissi? Avete delle curiosità o domande da espormi?
Scrivetemi le vostre idee o suggerimenti, le vostre domande e curiosità nei commenti, via mail o su Instagram. Ve ne sarò davvero grata!

Ispiriamoci gli uni con gli altri!

lunedì 9 gennaio 2017

Normal Day

Come se per l'intera esistenza avessi aspettato che la vita ti tradisse, che dimostrasse veri i tuoi sospetti di sempre su quanto poco avesse in serbo per te, a parte sofferenza e delusioni...
Chi credi di punire? Pensi davvero che la vita ci resterà male se tu la rinneghi?

Nicole Krauss
Con la fine del vecchio e l'inizio del nuovo anno, non solo non ho voluto fare bilanci, non ho voluto neanche esprimere dei buoni propositi o desideri; mi sono limitata a impegnarmi a vivere un giorno alla volta che, come mi ha fatto giustamente notare Martina, un anno preso tutto assieme può davvero fare paura, ma 24 ore no, è più facile affrontarle. Ho sbagliato però a pensare che questo precludesse la libertà di sognare, ho sbagliato a pensare che il non sognare potesse proteggermi dalla delusione.
Il problema, ho scoperto, sta a monte: quando ci accade qualcosa di brutto ci sentiamo come se la vita ci avesse tradito. La verità, dura e forse un po' triste, è che la vita, in nessun momento, ci ha mai promesso qualcosa. Facciamo tutto da soli. Il realizzarlo, così all'improvviso, mi ha spiazzata ma mi ha anche aperto gli occhi, quasi sollevata: non ci può essere tradimento se non c' è stata la promessa. Posso quasi azzardare di sognare, se so che non devo aspettarmi nulla.
E allora sogno di riuscire a godere e gioire della mia banale e normale vita quotidiana. Mi è stato dimostrato che si può fare, mi è stato dimostrato che in tutta la sua banalità, normalità e quotidianità può essere bellissima, la cosa più desiderabile al mondo.
Sono stata al cinema; era luglio l'ultima volta che ci sono stata è solo per questo posso affermare di aver già fatto una cosa straordinaria in questo nuovo anno! A parte gli scherzi, sono stata a vedere “Paterson”, un film dove non succede niente, se non quella piccola cosa scontata che si chiama vita. Paterson è una cittadina, ma è anche il nome del protagonista del film che in questa città è nato e vive facendo l'autista di autobus. Il film inizia di lunedì, con Paterson che si sveglia affianco alla moglie, si alza, fa colazione, si prepara e va a lavoro, a piedi. In pausa pranzo mangia quello che gli ha preparato la moglie seduto su una panchina, in un parco, di fronte a una cascata. Finito di lavorare torna a casa, sempre a piedi, cena con la moglie, esce a portare fuori il cane e si ferma a bere una birra nel bar del suo quartiere. E poi è martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato, domenica e di nuovo lunedì. La vita che si snocciola in giorni tutti uguali a loro stessi. A meno che... A meno che non sia il nostro sguardo a non essere sempre uguale a se stesso, a meno che non siamo noi a riuscire a cogliere il particolare, quella piccola cosa che rende ogni giorno diverso dall'altro e per questo speciale, unico.
Dimenticavo: Paterson ha sempre con sé un taccuino e una penna e scrive poesie. Quello sguardo, il dono di notare le cose, lui ce l'ha. Il film intero è una poesia. E un inno alla vita.
Normal day, let me be aware of the treasure you are. Let me learn from you, love you, bless you before you depart. Let me not pass you by in quest of some rare and perfect tomorrow. Let me hold you while I may, for it may not always be so.
Mary Jane Irion

(Giorno normale, permettimi di essere conscio di che tesoro tu sia. Permettimi di imparare da te, benedirti prima che tu te ne vada. Non permettere che io ti passi oltre alla ricerca di qualche raro e perfetto domani. Permettimi di abbracciarti mentre posso, perché potrebbe non essere sempre così.)