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lunedì 19 ottobre 2015

Lo spazio bianco

Imprigionato in questa rete sonora di prima, poi, ieri, mentre, ora, destra, sinistra, io, tu, quelli, gli altri.

Jorge Luis Borges
Maria aspetta. Ma non nel senso che è incinta, anzi, sua figlia Irene è nata troppo presto e dietro l'oblò dell'incubatrice Maria non può fare nient'altro che questo, aspettare. Maria osserva le ore passare come una sequenza di possibilità. Niente è più come prima... non sente curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza. Non sa aspettare e non vuole farlo, nell'attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono... Aspettare senza sapere è la più grande incapacità della sua vita.
Anch'io in questo periodo sto aspettando e ho le stesse difficoltà di Maria, non ci sto bene in questo limbo. Mia figlia non è nata troppo presto e io non sono incinta, se non metaforicamente. Si possono aspettare tante cose... Così quando ho letto la quarta di copertina de “Lo spazio bianco” ho capito che Maria ed io avevamo molto in comune e che lei poteva aiutarmi a comprendere come ci si sente in questa situazione o meglio, a descrivere le sensazioni, a metterle per scritto, a darle un nome, a renderle tangibili e visibili. Maria stessa dice ad un certo punto:
A me serviva un esegeta che mi spigasse cosa tutto questo voleva dire, quale seconda realtà c'era dietro quella che mi si mostrava, quale il modo giusto per continuare.
Come ci sente lo so bene, ma se gli do una forma a questa attesa, questo mostro, forse riesco a guardarla anche in faccia, a prenderla, soppesarla, metterla via quando serve. A non farmi mangiare. Maria, tramite la penna di Valeria Parrella, è stata la mia esageta.
...era che qualcuno aveva lanciato una monetina in aria, e quella prima o poi doveva cadere su una faccia.
Non ho dovuto attendere molto questa volta, a pagina undici il mio mostro ha preso forma: una monetina, che ruota in aria. Ora non ho più paura di guardarlo in faccia, mentre aspetto che cada. Alla fine del libro poi, Maria mia ha anche insegnato cosa devo fare: mettere uno spazio bianco. Tra un presente che è finito mo' e uno che è appena iniziato, ma il primo non è passato e il secondo non è futuro.
Tra pagina undici e la fine del libro ci sono anche tante altre bellissime cose ma ora sono troppo impegnata a custodire il volo della mia monetina, per raccontarvele. Vale la pena leggerle.

mercoledì 28 maggio 2014

Poi

Prima di scrivere ogni post, riprendo in mano il libro di cui vi voglio parlare: lo sfoglio, rileggo le parti sottolineate, eventuali note a margine. I giorni precedenti penso a cosa scrivere, in continuazione: sotto la doccia, mentre mi lavo i danti, alle volte anche quando sono con VV e lei se ne accorge, che la mia mente è altrove, perché la sorprendo ad osservarmi, in silenzio. Non è sempre facile per me trovare qualcosa da dire; ci sono libri che ti parlano subito, altri per niente, alcuni richiedono tempo.
Di altri continua a sfuggirmi qualcosa e mi tormento. Se i miei pensieri avessero l'audio, per “Lettera di dimissioni” di Valeria Parrella suonerebbero così:

  • Ma quindi non ti è piaciuto?
  • Ma no, non è che non mi è piaciuto, però non capisco.
  • Che cosa non capisci?
  • E appunto, non lo so. Però se un libro ti sembra di non capirlo non è un buon segno, no?
  • Quindi è un libro che non funziona?
  • E' che non sono riuscita a entrarci. Mi sentivo sulla soglia. Però...
  • Però?
  • A modo suo è poetico. Mi piaceva quando raccontava dei nonni e poi dei genitori.
  • ...
  • Ma poi la protagonista, Clelia, la voce narrante, si è persa...
  • Forse era voluto. In effetti, pensandoci... Sai, forse sono partita col piede sbagliato, mi ha fuorviato il titolo. Cioè, uno non da solo le dimissioni da un lavoro. Le può anche dare da se stesso. E abbandonarsi...
...ci voltavamo all'improvviso a guardarli, senza musica e senza abiti di scena, senza cerone... E restavamo delusi assai, che io mi chiedevo... ma io mi chiedevo quel tempo dove andasse a finire, e come ci si potesse accontentare, poi.