Se
siete persone che amano guardare un film nel silenzio più totale non
sedetevi vicino a mia madre. Lei commenta, si scompone, esprime le
proprie emozioni, partecipa con ogni fibra del corpo e della voce.
Di solito finisce che siamo tutte e due immusonite, io perché ho
perso alcune scene, lei perché è stata zittita. Però, grazie a
lei, alcuni fotogrammi sono ancora più memorabili, ben impressi
nella mia mente.
Come
quelli del film “I ponti di Madison County” diretto e
interpretato da Clint Eastwood e Meryl Streep. Il film, ambientato
nello stato dell'Iowa,
narra della storia d'amore tra Francesca, una casalinga
quarantacinquenne di origini italiane, e Robert, un fotografo
cinquantaduenne. Francesca e Robert si conoscono in un momento in cui
la famiglia di lei è fuori città per alcuni giorni; Robert è
arrivato con il suo camioncino nella contea per fotografare i famosi
ponti coperti, conosce casualmente Francesca e tra i due si crea
subito una forte alchimia: dopo il primo giorno trascorso insieme,
sembra quasi che non riescano a separarsi. Nascerà presto un
rapporto intensissimo che durerà però solo quattro giorni. Il
quarto giorno Robert le chiede di lasciare tutto e andare via con
lui. Francesca è quindi posta dinanzi alla scelta di dover lasciare
la propria famiglia e una vita scontata e monotona per rifarsi una
vita finalmente appagante con l'uomo che, per la prima volta, aveva
saputo esaltarne interiorità e sensualità. E' ben impresso nella
mia mente il momento in cui, in auto con il marito, Francesca vede
nello specchietto retrovisore Robert che suona il clacson dietro di
loro e che gli fa intendere di essere lì per lei. La tensione che
sale nel momento in cui Francesca allunga la mano verso la maniglia
della portiera... e mia madre che urla «Scendi!
Scendi!».
Non
vi scriverò se Francesca ha ascoltato mia madre per non rovinarvi il
finale, nel caso non aveste ancora visto il film, ma vi dirò che
cosa direbbe sempre mia madre se avesse letto “Stoner” di John
Williams.
Imprestandoglielo
non potrei fare a meno di metterla in guardia con un “So già che
ti farà arrabbiare” e poi ne avrei conferma nei giorni successivi
mentre procede nella lettura della vita di quest'uomo, un professore
dell'università del Missouri. Un crescendo di rabbia quando lo
scoprirebbe succube della vita e degli eventi, che subisce senza
reagire sgambetti e colpi bassi all'interno dell'università, che non
fa nulla per sollevare le sorti di un matrimonio infelice, neanche
porgli fine, per raggiungere il culmine della collera mentre osserva
come rimane inerte di fronte alla propria figlia, in balia della
madre che le sta rovinando la vita. «Ma
come si fa ad essere così?!»
sbotterebbe, desiderando fortemente di scuotere per le spalle
Stoner cercando di provocare in lui una qualsiasi forma di reazione.
E poi si stupirebbe venendo a sapere che questo libro ha avuto un
grandissimo successo, che è stato osannato da lettori e critica per
la proverbiale bravura dello scrittore nel raccontare la vita
normale, se non addirittura banale, di un uomo qualunque; che
qualcuno ha affermato risponderebbe agli interrogativi che ci poniamo
sul senso della vita.
Mia
madre lo descriverebbe come la tragedia di un uomo senza palle,
in grado di rovinare la vita sua e di chi gli sta accanto, che se un
senso questo libro c'è l'ha è proprio quello di mostrarci come non
vivere. Scuotendo
la testa e cercando di sbollire il nervoso domanderebbe «Ma
davvero è piaciuto così tanto? Non capisco. A me ha fatto così
arrabbiare... Forse avevano bisogno di un vile per sentirsi persone
migliori».
Il
ti piace vincere facile
della letteratura.