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lunedì 1 febbraio 2021

In punta di penna


Ho iniziato questo anno nuovo cercando la lettura di libri di cui sentivo il bisogno. Un po' come quando si hanno carenze alimentari e si prendono le vitamine. Mi sono rivolta agli scaffali dei libri ancora da leggere della mia libreria come di solito mi reco in farmacia con in mano la ricetta delle prescrizioni del medico della mutua.

Quel giorno sul foglio c'era scritto: sullo scrivere, perché è mia intenzione, in questo anno nuovo, dedicarmi di più all'atto dello scrivere, il blog e il mio diario. Se sono ormai pienamente consapevole che per scrivere non serve altro se non iniziare a farlo e che più scrivi più scriveresti, è anche vero che circondarsi di stimoli può dare una spinta. La scrittura poi e i libri su questo tema sono una delle mie due più grandi passioni, l'altra è Virginia Woolf, ed era davvero tanto tempo che non leggevo un libro che narrasse dello scrivere. 

In punto di penna. Riflessioni sull'arte della narrativa” a cura di Will Blythe è il primo di due volumi in cui sono raccolti i saggi di diversi scrittori e poeti che, ognuno a modo proprio, cercano di rispondere alla domanda “Perché scrivi?” e svelare così il mistero della creazione letteraria, come dice Richard Ford nel suo “Da dove viene la scrittura?”:

...la volubile convinzione, diffusa tra le molte persone che non sono scrittori, che gli scrittori siano gente speciale, officianti di un rito sacro, in possesso di una spinta interiore cui sarebbe saggio tentare di accostarsi, per attingere furtivamente all'essenza di una possente vitalità.

E secondo il quale la forza dell'invenzione è l'unica che ci permette di coesistere con il caos di cui siamo circondati, la capacità salvifica, insita in ogni uomo, di immaginare un mondo migliore e, si spera, di provare a realizzarlo.

Per Terry McMillan, invece, scrivere è un atto di attenzione:

ai dettagli della vita quotidiana. Voglio essere una persona migliore. Voglio essere felice più spesso. Voglio sapere perché non lo sono, quando non lo sono. Questo è ciò che mi dona la scrittura.[...] La maggior parte di noi non pensa a quello che fa, ci limitiamo ad agire e reagire. La maggior parte di noi non riflette né si chiede quali siano i veri nodi delle nostre esistenze.

Scrivere mi aiuta a crescere... se riesco ad essere onesta sul serio – dannatamente onesta – scrivere mi fa aprire gli occhi.

Mary Gaitskill scrive un elenco di sei punti, il cui più importante di tutti è secondo me il primo: scrivere o raccontare è un bisogno basilare e fondamentale, un bisogno avvertito da tutti.

La breve risposta di Jayne Anne Phillips è stata quella che mi ha strappato una risata: Non lo so e spero di non scoprirlo.

Quella invece che mi ha commossa di più è quella di Tom Chiarella, all'interno di un lungo e articolato elenco di tutte le cose che non è in grado di fare, di tutti i suoi difetti e incapacità, ad un certo punto afferma: scrivo per riuscire a raccogliere il mondo. E se non scrivo, invece, quel mondo lo attraverso incespicando, e non riesco a fare altro.

Non so voi, ma è proprio quello che io non voglio fare: attraversare la vita incespicando.

lunedì 4 febbraio 2019

Il mestiere dello scrittore


Forse Murakami Haruki mi disapproverebbe. O forse sono io che provo sempre l'istinto di dovermi giustificare per questa mia inspiegabile passione per i libri in cui gli autori parlano della scrittura, di come compiono questo atto, come hanno iniziato, come lavorano, come sono organizzate le loro giornate. Ammetto di essere attratta da questo tipo di libri più che dai loro stessi romanzi, sono più interessata a spiarli mentre compiono il misterioso atto di scrivere, che a leggere quello che mettono nero su bianco. Sembra quasi io voglia carpire chissà quale segreto. O forse, semplicemente, provo una profonda attrazione per la persona più che per il libro.
Di Murakami Haruki ho letto solo un romanzo, “Tokyo Blues”, sotto le insistenze del ragazzo che stavo frequentando in quel periodo: del libro non ricordo nulla, se non la delusione del ragazzo perché gli avevo detto che non mi aveva colpita. Ricordo con quanta insistenza cercò di convincermi del contrario, di che libro meraviglioso fosse, di quanto bravo fosse l'autore.
In seguito, quando mi sono appassionata alla corsa, ho letto con grande piacere e interesse “L'arte di correre” (ne avevo scritto QUI): una riflessione su quanto, per Murakami, scrittura e corsa siano intrecciate e di come l'attività fisica lo aiuti nel suo lavoro di scrittore. Da qui poi partono svariate riflessioni sulla (sua) vita e, attraverso quelle pagine, scopri come sia un uomo molto metodico e disciplinato, tranquillo e abitudinario. Niente genio e sregolatezza qui. Mi piacque molto leggerlo e molti brani sono entrati a far parte della mia collezione di frasi d'autore che mi ispirano.
Il mestiere dello scrittore” mi ha ulteriormente confermato di che tipo uomo sia e l'ammirazione nei suoi confronti è maggiormente cresciuta. Si può stimare uno scrittore senza aver letto nessuno dei suoi romanzi? A quanto pare sì; penso davvero che il suo successo sia meritato e penso anche di sapere perché.
All'età di ventinove anni all'improvviso ho voluto scrivere un romanzo, senza alcuna ragione al mondo, e l'ho fatto. Era la prima volta, non avevo né ambizione né condizionamenti tipo «un romanzo va scritto in questo e quel modo». Non sapevo quasi nulla del panorama letterario del momento, né c'erano scrittori delle generazioni precedenti che volessi prendere a modello (che fosse una fortuna o meno). Desideravo semplicemente scrivere qualcosa che riflettesse quello che avevo dentro di me. Era una sensazione molto forte che non lasciava spazio ad altro, così mi sono seduto al tavolo. Insomma, ho cercato di fare del mio meglio. E mentre scrivevo mi divertivo, provavo una naturale sensazione di libertà.
Il libro è suddiviso in sezioni e ognuna affronta i diversi aspetti del suo lavoro come scrittore: come ha iniziato, quando scrive, come sono organizzate le sue giornate e le condizioni di base di cui necessità per poterlo fare al meglio. Affronta anche aspetti quali il lettore ideale, i personaggi, i temi e lo stile.
Ho immaginato di avere trenta o quaranta persone sedute di fronte a me e di parlare loro nel tono più familiare possibile... questo libro verrà probabilmente accolto come un «saggio autobiografico», ma in origine non l'ho scritto con quest'intenzione. Pensavo soltanto di mettere nero su bianco, nel modo più concreto e tangibile, per quali vie, con quali idee sono arrivato, in quanto romanziere, fin qui. Detto ciò, visto che scrivere significa per l'appunto esprimere se stessi, quando mi metto a parlare della scrittura, naturalmente parlo di me.
Traspare dalle sue parole la sua tranquilla determinazione nel perseguire la cosa che più ama fare nella vita: scrivere. Di come rifugga tutto quello che possa essere di impedimento a questo scopo: fama, critiche sterili, premi letterari, chiacchiere e pettegolezzi. Grato per il successo che sta ottenendo, io sono convinta che anche se così non fosse, continuerebbe a scrivere, esattamente come tutti i giorni scende in strada e incomincia a correre, anche se non ha mai vinto una maratona. Gli piace scrivere, gli da gioia e continuerà fino a quando sentirà ancora le farfalle nello stomaco. Fino a quando avrà qualcosa da raccontare e, mettendolo per iscritto, proverà libertà.
In qualunque lavoro creativo dev'esserci un nucleo di gioia spontanea. L'originalità è semplicemente la forma che prende l'impulso di trasmettere a un gran numero di persone questo sentimento di libertà, questa gioia che non conosce restrizioni.

Questi trentacinque anni di vita sono forse stati lo sforzo ardente e costante di provare ancora e sempre meraviglia.
Credo che un lettore tutte questo lo percepisca.

lunedì 13 febbraio 2017

Turineisa


Vi ricordate quando studiavate letteratura italiana alle scuole superiori? Come ogni periodo storico avesse il suo corrispondente letterario? Di come gli scrittori fossero ben inquadrati in perfette caselle: dal al romanticismo, dal al naturalismo, dal al decadentismo, e così fino a... Ecco punto, fino a dove siete arrivati a studiare voi? Ho ripreso in mano la mia antologia del liceo e le ultime sottolineature riguardano l'ermetismo, una corrente poetica attiva a Firenze negli anni 1930-40. E poi cosa è successo? Nessuno ha più scritto? Non c'è più storia, non c'è più letteratura?
Non voglio riempire il buco tra gli anni quaranta fino ad oggi ma ho realizzato che io sto vivendo in un determinato periodo storico e che gli scrittori continuano a scrivere e non credo siano molto diversi dagli scrittori studiati sui banchi di scuola; amante dei libri come sono, non sono anche curiosa di sapere che cosa hanno da dire oggi? Forse è più difficile comprendere un determinato arco temporale mentre lo si sta vivendo, forse solo a posteriori si potrà scoprire una corrente letteraria, un argomento comune o uno stile, un sentire che unisca i diversi scrittori, ma nulla mi vieta di leggere i contemporanei sotto questa nuova luce.
Non tutti però, sarebbe un lavoro titanico per me, ma gli scrittori della mia città; è così che è nata l'idea di una nuova rubrica: Turineisa, dove condividerò con voi le pubblicazioni degli scrittori torinesi degli ultimi anni e dove cercherò di comprendere la vita letteraria e culturale della Torino contemporanea. Non avrà una cadenza fissa, ma seguirà semplicemente i miei tempi di lettura.
Sono molto curiosa di scoprire che cosa hanno da raccontare, come lo raccontano e perché; curiosa di scoprire le voci di Torino.
Torniamo sui banchi di scuola?
Essere scrittore non vuol dire solo maneggiare le parole. Significa soprattutto stare attenti alla realtà circostante, alle persone, agli altri...Gli artisti sono sempre piccoli David di fronte a un enorme Golia. Non sono loro a far cadere i regimi, ma vivendo nell'Attuale, nel loro tempo, nel loro “ora”, se non altro ne osservano le storture; se non altro, tentano di capire il perché e il quando delle cose, di ciò che non va. E capire è già molto.

Antonio Tabucchi

lunedì 6 febbraio 2017

Momenti di essere


Non sono una grande lettrice di saggi, anche se spesso mi riprometto di leggerne di più perché credo che cambiare tipo di lettura sia un ottimo allenamento e perché è importante non smettere di imparare e scoprire nuovi punti di vista e nuovi orizzonti. Possedevo questo libro da tempo immemorabile, giaceva in mezzo a molti altri sugli scaffali della mia libreria dedicati ai libri ancora da leggere e, in cerca di ispirazione ad inizio d'anno, ho pensato fosse una buona idea rivolgermi a colei che considero un po' la mia musa: Virginia Woolf.
Momenti di essere” è una raccolta di saggi autobiografici, una sorta di memorie in cui Virginia Woolf percorre quasi quarant'anni della sua vita e in cui analizza alcune delle figure che più hanno avuto influenza su di lei: la madre, il padre, i fratelli e le sorelle.
L'aspetto autobiografico però, se pure molto interessante come aspetto, è solo un pretesto per analizzare la realtà.
Su questo passato influisce molto il momento presente. Quello che scrivo oggi non lo scriverei tra un anno.
E come scrivere, come raccontare, come rendere per iscritto questo flusso della vita che Virginia Woolf sente dentro di sé è la vera indagine di questi scritti. E' affascinante scoprire come questa autrice avesse ben chiaro in mente ciò che voleva dire e come volesse renderlo e fosse alla costante ricerca del come.
...rimettere insieme i frammenti. Questo è forse il piacere più intenso che io conosca. E' l'ebbrezza che provo quando scrivendo mi sembra di scoprire i collegamenti precisi; di rendere vera una scena; di dare coerenza a un personaggio.

Tante volte nello scrivere i miei cosiddetti romanzi mi sono trovata di fronte al medesimo ostacolo: come descrivere quello che nel mio linguaggio privato chiamo “il non-essere”. In ogni giornata il non-essere è molto di più che l'essere. E' sempre così. Gran parte di ogni giornata non la si vive consciamente. Si cammina, si mangia, si vedono delle cose, si provvede alle nostre incombenze; l'aspirapolvere rotto; il pranzo da ordinare; la nota della spesa per Mabel; il bucato,; i pasti da cucinare; i libri da rilegare. Se è una cattiva giornata la proporzione di non-essere è molto più elevata. Un vero scrittore riesce a rendere entrambi gli stati... Io non ne sono mai stata capace. Ho tentato – in “Notte e Giorno”; e in “Gli anni”.
Saggi utili quindi non solo per conoscere meglio il personaggio Virginia Woolf e la sua vita vittoriana da bambina e di membro del Gruppo Di Bloomsbury da ragazza, ma anche la scrittrice e meglio così apprezzare i suoi romanzi che, pur amando tantissimo, confesso di trovarli di non facile lettura.

Se avete piacere di approfondire la conoscenza di questa autrice, vi consiglio di iniziare leggendo la biografia scritta da suo nipote Quentin Bell “Virginia Woolf, mia zia” e, ovviamente, il diario di Virginia Woolf. Il suo romanzo che più ho amato è stato “Gita al faro”, seguito subito dopo da “Mrs Dalloway”, non mi sono ancora cimentata invece con “Le onde”, mi intimorisce.
...un'idea che ho sempre avuto; che dietro l'ovatta si celi un disegno; che il mondo intero è un'opera d'arte; che noi siamo parte di quell'opera d'arte... Questa mia intuizione – è così istintiva che mi sembra data, non costruita da me... Perché la nostra vita non si esaurisce nel corpo e in ciò che diciamo e facciamo; in ogni momento la nostra vita si rapporta a certe unità di misura nello sfondo, a certi concetti. Il mio è che esiste un disegno dietro l'ovatta. E questo concetto influisce su di me ogni giorno. E lo dimostra, ora, il fatto che passi la mattina scrivendo, invece di fare passeggiate, tenere un negozio, o imparare qualcosa che risulti utile se viene la guerra. Mi sembra che scrivendo io stia facendo una cosa che è di gran lunga la più necessaria di tutte.

lunedì 23 gennaio 2017

La vita felice


Ci sono lati di noi che conosciamo bene, ma spesso non comprendiamo; cose che continuiamo a fare, che continuiamo a mettere in atto per il puro e semplice piacere che il farle ci arreca, anche se siamo solo spettatori.
Come il mio amore per i manuali di scrittura, le biografie degli autori o tutti quei libri che, in un modo o nell'altro, raccontano la vita degli scrittori, il dietro le quinte, il loro modo di vivere e lavorare. Amore incomprensibile, visto che non ho nessuna velleità di scrivere, non ho mai scritto un racconto o l'inizio di un probabile romanzo, semplicemente mi piace venire a conoscere come la magia si crea. Leggo addirittura manuali pieni di esercizi che non faccio!
Quando prima di Natale sono andata alla presentazione del libro “La vita felice” di Elena Varvello, tutto mi sarei aspettata tranne proprio il racconto di come questo suo libro sia nato e il regalo, ancora più grande di un'immagine: un lago ghiacciato.
Lo scrittore cammina su questo lago e, ad un certo punto, si ferma e incomincia a grattare, con qualsiasi strumento lui abbia a disposizione, mani ed unghie, se necessario.
La letteratura è un'ascia che serve a rompere il ghiaccio dentro di noi.
Franz Kafka
Che cosa c'è sotto il ghiaccio? Il pesce, cioè il senso. E il senso di un romanzo non può essere spiegato, è in ogni singola parola.
Quello che non mi aspettavo e che ha reso l'immagine del lago così significativa per me è stato quando ha detto che lo scrittore, su quella superficie, non è da solo: alle sue spalle ci sono i lettori. E adesso ogni volta che leggo, è lì che mi immagino.

Che cosa ha visto Elena Varvello sotto il ghiaccio? L'immagine di un ragazzino che scappava da suo padre. E l'ha seguito. E' la storia di Elia e di come, in una notte, la sua vita cambi per sempre. Il racconto, ormai adulto, di un'estate e di uno strappo che lo ha segnato per sempre; il tentativo di rispondere a una difficile domanda: è possibile, dopo una ferita così profonda, sperare di essere felici?
Sono rimasta alle spalle di Elena Varvello, ho seguito anch'io Elia e ho visto il pesce.
Piccole cose. Il suo respiro, insieme al sibilo del vento che solo io posso sentire. Il fiume che scorre in lontananza, e la sua musica. L'odore della notte. Il bene che, nonostante tutto, diamo e riceviamo. La vita felice. La vita che ci resta, è solo questo, e che non va sprecata.

mercoledì 17 febbraio 2016

Il mondo non può. Tu si.


Anche Henry è fuori ma vorrebbe tanto stare dentro. Essere orfano e aver ereditato una somma ingente con la morte dei genitori non aiuta: non sai mai se la gente sta con te per come sei o per i tuoi soldi. Henry, invece, sa benissimo perché vorrebbe stare con la gente, lì fuori: loro sanno come si sta al mondo e lui no. Ne deve passare di avventure, di davvero singolari, il protagonista di “Trascurabili contrattempi di un giovane scrittore in cerca di gloria” di Michael Dahlie prima che inizi a comprendere che cosa significa vivere la propria vita da protagonista e non da semplice spettatore. Deve arrivare ad arrabbiarsi, e anche molto, lo fanno proprio incazzare.
In fondo, poi, lo sappiamo tutti come va la vita, ma a quelli testoni come Henry e me non entra in testa...
...non c'è niente che si possa fare per prevenire ciò che accadrà nella vita... Il mondo è un luogo insidioso e imprevedibile... il mondo non era un posto che apparteneva a programmatori e pianificatori.
Sarebbe ora di smetterla di preoccuparci troppo degli altri. Sarebbe ora di smetterla di confrontarci con gli altri. Sarebbe ora di smetterla di cercare fuori di noi quello che abbiamo già dentro: risorse, innumerevoli, infinite, uniche. Sarebbe ora di incominciare proprio ad amarci, rispettarci e fare il tifo per noi, senza aspettare chissà chi e che cosa. Sarebbe ora che la smettessimo di vergognarci, che se c'è qualcuno di cui dobbiamo essere orgogliosi prima di tutto e tutti siamo noi stessi.
Sarebbe proprio ora... Che cosa stiamo aspettando? Che ci facciano incazzare?!
The world can't give that serenity,” he said. “The world can't give us peace. We can only find it in our hearts.”
I hate that,” I said.
I know. But the good news is that by the same token, the world can't take it away.”
Il mondo non ci può dare la serenità che cerchiamo,” disse. “Il mondo non ci può dare pace. La possiamo trovare solo nei nostri cuori.”
Odio questa cosa,” risposi.
Lo so. Ma la buona notizia è che per la stessa ragione, il mondo non può portarcela via.”

mercoledì 10 febbraio 2016

Bird by Bird


E' una bellissima mattinata, il sole splende, gli uccelli, cinguettano, il vento gioca con le foglie; un uomo passeggia tranquillamente per la strada quando qualcosa lo colpisce, il passo si blocca, il corpo irrigidito, sul viso un'espressione tra lo sconcerto e lo stupore. Il tempo di scuotersi e l'uomo si precipita a casa, accende il pc e si mette a pigiare sui tasti: quell'uomo è uno scrittore e sta scrivendo il suo libro.
Oppure: una stanza tappezzata di libri, così tanti volumi che ingombrano anche il pavimento, il piccolo divano sotto la finestra e parte della scrivania nell'angolo. Una donna entra con in mano una tazza di tè o caffè destinata a raffreddarsi rimanendo imbevuta, si siede al tavolo e incomincia a scrivere, scrivere, scrivere... a tratti alza la testa, lo sguardo perso, per poi riprendere subito dopo. Questa donna è una scrittrice e sta scrivendo il suo romanzo.
Un po' ridendo, un po' scherzando, ma anche un po' seriamente, me lo sono sempre immaginato così l'atto di scrivere: un'urgenza interiore, una voce che ti parla e che ti chiede di mettere per iscritto quello che ti sussurra, un atto misterioso che non si può imparare, non si può insegnare ma solo fare. Un mistero, appunto.
Invece un giorno incontri un libro e quel libro ti apre le porte di quel mistero, alza il velo e ti fa vedere come fare, ti fa pensare che potresti farlo anche tu, che ci potresti provare almeno, o almeno sapresti da che parte incominciare, così, per scherzo, un giorno che non hai niente da fare.
Un libro che ti fa vedere che scrivere è dannatamente serio, che ti conferma che è dannatamente difficile, che richiede un forte impegno e un'ancora più forte forza di volontà; non è affatto uno scherzo, non è affatto un mistero, è vivere, per quanto misteriosa sia la vita.
Writing can get you to start paying attention, can help you soften, can wake you up...If you are a writer, or want to be a writer, this is how you spend your days – listening, observing, storing things away, making your isolation pay off. You take home all you've overheard, and you turn it into gold. (Or at least you try)
(Scrivere ti obbliga a prestare attenzione, ti aiuta a commuoverti, ti risveglia... Se sei uno scrittore, o vuoi esserlo, così è come trascorri i tuoi giorni – ascoltando, osservando, mettendo da parte, facendo in modo che il tuo isolamento ti renda. Porti a casa tutto quello che hai ascolta e lo trasformi in oro. O almeno ci provi.)

Anne Lamott in “Bird by Bird. Some Instructions on Writing and Life” non affronta solo il lato poetico dello scrivere ma si sporca le mani e affronta tutti i passaggi di questo atto: da come si delineano i personaggi, come si scrivono i dialoghi, come si crea il paesaggio, come si maneggia una trama, l'importanza di avere qualcuno che legga il tuo manoscritto, come si supera il blocco dello scrittore, che cosa significa davvero essere pubblicati e tanti altri aspetti di questo lavoro che, almeno per me, rimanevano oscuri, appunto misteriosi. E' la prima volta che leggo un libro che spiega in modo dettagliato, chiaro e molto divertente che cosa significa scrivere e, facendolo, ti da anche lezioni di vita.
Anyone who wants to can be surprised by the beauty or pain of the natural world, of the human mind and heart, and can try to capture just that – the details, the nuances, what is. If you start to loook around, you will start to see... That kind of attention is the prize.
(Chiunque lo voglia può provare meraviglia di fronte alla bellezza della natura o al suo dolore, di fronte alla mente umana e al suo cuore, e può provare a catturare tutto ciò – i dettagli, le sfumature, tutto. Se incomincia a guardarti attorno, incominici a vedere... Quel tipo di attenzione è il premio.)

E la parte più importante di tutto non è essere pubblicati, ma scrivere.
Writing has so much to give, so much to teach, so many surprise. That thing you had to force yourself to – the actual act of writing – turns out to be the best part. It's like discovering that while you thought you needed the tea ceremony for the caffeine, what you really needed was the tea ceremony. The act of writing turns out to be its own reward.
(Scrivere ha molto da darti, molto da insegnarti, così tante sorprese. Quella cosa che devi obbligarti a fare – l'atto di scrivere – si rivela essere la parte migliore. E' come scoprire che mentre pensavi avessi bisogno della cerimonia del tè per avere un po' di caffeina, quello di cui avevi realmente bisogno era la cerimonia del tè. L'atto di scrivere si rivela essere la proprio ricompensa.)

Viene proprio voglia di compiere questo rituale, tutti i giorni, bird by bird, un passo alla volta.

mercoledì 14 ottobre 2015

Lasci fare la vita


Questo libro è nella mia lista dei libri da leggere da tempo immemorabile. E' uno di quei classici che, se sei interessato ai libri, alla scrittura e agli scrittori, non puoi non leggerlo. Finora però non l'avevo ancora fatto, anzi, me n'ero disinteressata, al punto che non sapevo si trattasse di un libretto di neanche 100 pagine. Poi un giorno, grazie a una proposta di scambio su Acciobooks (se non sapete di cosa si tratta leggete qui) ne sono venuta in possesso e finalmente ho potuto spuntare dalla lista “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke.
Come indica il titolo stesso, è una raccolta di epistole che lo scrittore inviò in risposta a un giovane poeta che gli scrisse confidandosi e chiedendo consiglio. L'argomento principale di questa corrispondenza sono naturalmente la poesia, lo scrivere e l'arte, ma molti dei consigli qui riportati si possono applicare anche alla vita di tutti i giorni, per chi artista non è (anche se io sono convinta che lo siamo quasi tutti). Vi trascrivo qui sotto quelli che mi hanno colpita maggiormente e che sono stati e sono tutt'ora, in questi giorni, di conforto per me.

Quando la vita e quello che mi capita è difficile da accettare:
Se vi sono orrori, allora sono i nostri orrori, se vi sono abissi, allora quegli abissi ci appartengono, se vi sono pericoli, allora dobbiamo cercare di amarli. E se solo organizziamo la nostra vita secondo quel principio che ci ingiunge di attenerci sempre al difficile, allora ciò che adesso ci appare ancora totalmente estraneo ci diverrà del tutto familiare e fido.
Quando mi tormento cercando una spiegazione:
Le cose non si possono tutte afferrare e dire... la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola.
Quando sono insoddisfatta:
Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri.
Quando sono troppo concentrata sul futuro e mi tormento in preda all'incertezza:
...maturare come l'albero, che non incalza i suoi frutti e fiducioso sta nelle tempeste di primavera, senza l'ansia che dopo possa non giungere l'estate. L'estate giunge. Ma giunge solo a chi è paziente e vive come se l'eternità gli stesse innanzi, così sereno e spensierato e vasto. Lo imparo ogni giorno, lo imparo a prezzo di dolori ai quali sono grato: la pazienza è tutto!
Quando mi sfinisco di perché:
Lei è così giovane, così nuovo a ogni inizio, e io vorrei pregarla come posso, caro signore, di essere paziente verso tutto l'insoluto nel suo cuore, e di tentare di amare le domande stesse come stanze chiuse, e come libri scritti in una lingua molto estranea. Non ricerchi ora le risposte, che non possono esserle date perché non le potrebbe vivere. Mentre si tratta appunto di vivere tutto. Ora viva le domande. Forse così a poco a poco, insensibilmente, si troverà un giorno lontano a vivere la risposta.
Quando non ho fiducia nel cammino che sto percorrendo e temo i fallimenti:
Non vede come tutto ciò che accade sia sempre rinnovato inizio?
Il consiglio, l'augurio che ho fatto mio e faccio a voi. Inoltre, il mantra che ripeto costantemente in questi giorni:
...che lei possa trovare in sé una pazienza sufficiente a sopportare, e una ingenuità sufficiente a credere; che lei possa acquistare sempre più fiducia in quello che è difficile, e nelle sua solitudine tra gli altri. E per il resto, lasci fare la vita. Mi creda: la vita ha ragione, in ogni caso.

lunedì 5 ottobre 2015

Non scrivere di me


«Sto leggendo un libro di una giornalista che scrive di cultura sul Corriere della sera. Racconta delle interviste e degli incontri con alcuni scrittori americani. Brutto lavoro, vero?» Tempo fa, parlando con mio fratello, avevo riassunto così “Non scrivere di me” di Livia Manera Sambuy. In effetti, semplificando molto le cose, e leggendolo superficialmente, è proprio questo che fa nel suo libro. E lo fa anche molto bene, perché è proprio brava a scrivere.
Quello però che la mia frase non dice è la profondità con cui lo fa, di come lei, i libri e gli scrittori diventino una cosa sola, che quasi si stenta a credere sia così brava a ricordare tutto, ogni più piccolo e all'apparenza insignificante particolare: come sono vestiti, un gesto, un'espressione, un'intonazione della voce. Di come sia così brava, professionale ed umana da riuscire a farsi aprire la porta di casa e alle volte anche il cuore da questi autori. Di come entrino a far parte della sua vita e lei della loro; Philip Roth, Richard Ford, Paula Fox, David Foster Wallace, solo per fare alcuni nomi.
L'ho finito di leggere da parecchio tempo ormai, ma non riuscivo a scriverne perché non riuscivo a trasmettere proprio questa sensazione, di unità, come se fossero la stessa cosa, scrittore e giornalista. Pazzesco come noi lettori interroghiamo i libri così come Livia Manera Sambuy interroga gli scrittori, come noi entriamo nelle pagine così lei entra nelle loro vite.
Poi all'improvviso ho capito: siamo tutti, lettori, scrittori, giornalisti (alcuni almeno, quelli davvero bravi) alla ricerca di un significato, tutti alle prese con i nostri interrogativi alla ricerca di risposte. Ognuno a proprio modo: chi scrivendo, chi leggendo, chi intervistando. I più fortunati, come Livia Manera Sambuy, riescono a fare tutte e tre le cose insieme. E a farle bene.
Non so cosa ci sia dentro la vita. Continuo a scoprire pezzetti di significato e a cercare.

lunedì 21 settembre 2015

Ogni maledetto giorno


Cascasse il mondo, ogni pomeriggio, appena VV si addormenta, io mi siedo davanti al computer. Lo faccio senza se e senza ma, alle volte non sparecchio neanche la tavola, quante volte mi sono ritrovata a farlo mentre VV fa merenda. Fanculo la vita Pinterest. Scusate il termine.
Questo blog, scriverlo, è il mio ossigeno, la mia terra, la mia acqua, il mio fuoco. Pagherei pur di non smettere di farlo, altro che farmi pagare... Ognuno ha il suo modo di nutrire il proprio sé. Scrivere questo blog, insieme al leggere, è il mio. E' strano come sia facile trascurare se non addirittura abbandonare le cose che ci fanno stare bene, che ci fanno vivere. Come l'abnegazione, il sacrificio, il votarsi completamente al 100% a tutt'altro ci renda ciechi verso noi stessi, smettiamo di nutrirci, ci facciamo morire di fame. Dentro. Non ce ne rendiamo nemmeno conto anzi, siamo i primi a giustificarci dietro un muro di scuse, dal più comune «non ho tempo» al più subdolo e infido «non sono così egoista».
Ma questo non è egoismo, è sopravvivenza. E' vita. Dovessi morire domani sarei felice perché la mia cucina è in ordine e linda o perché ho passato i miei ultimi respiri scrivendo e leggendo? E la mia bambina preferisce una cucina pulita o una mamma che quando si sveglia l'accoglie con il sorriso perché è felice di come ha passato il tempo mentre lei dormiva? Si parla così tanto dei doveri, mai di quelli verso noi stessi.
Ci ho impiegato due anni a capirlo, ho dovuto toccare il fondo, sentirmi dire dall'osteopata (l'osteopata?!) «sei svuotata». Mi stavo facendo morire di fame.
Non è facile, alle volte mi siedo davanti al pc senza avere la più pallida idea di cosa scrivere ma ben in mente le mille cose che avrei da fare in casa. La vocina che mi rimprovera perché mi trastullo, che mi fa vergognare perché «si, insomma, il blog è un passatempo» è sempre bella squillante nelle mie orecchie. Sto imparando a non ascoltarla.
Qualcuno ha tempo da perdere per criticarmi o prendermi in giro? Faccia pure, non sono un premio nobel della letteratura e per questo dovrei smettere? Ho deciso di smettere di vergognarmi, io ho una cosa più importante da fare: rendermi felice. Vestirmi e truccarmi tutte le mattine sarà una vanità, ma mi rende felice guardarmi allo specchio e mi aiuta ad amarmi. Scrivere questo blog può sembrare futile ma mi da gioia e mi fa sentire viva, in dialogo finalmente con la me stessa più profonda.
Ho intenzione di farlo, ogni maledetto giorno.

lunedì 8 giugno 2015

Ci dobbiamo pensare noi


Vorrei essere in grado di leggere più libri contemporaneamente, perché ce ne sono alcuni che si prestano ad essere letti tutto di un fiato e altri che sono perfetti per essere sbocconcellati. E' il caso del libro che ho finito di leggere i giorni scorsi e che mi ha tenuta impegnata per un po': “Come leggere uno scrittore” di John Freeman. Non un romanzo, non un saggio, ma una raccolta di articoli, interviste, recensioni scritte dall'autore e pubblicate nel corso degli ultimi 15 anni circa su diverse testate giornalistiche americane. Il classico libro da leggere un po' alla volta, e infatti così ho fatto, non leggendo però altro nel frattempo...
John Freeman è il direttore dell'edizione americana di “Granta”, scrive per la “New York Times Book Review, il “Los Angeles Times”, “People”, il “Wall Street Journal” e, grazie al suo lavoro, ha avuto il privilegio di incontrare il gota degli scrittori di tutto il mondo. 56 solo in questo libro. Ah che invidia...
La prima cosa che mi sono chiesta, leggendo questa raccolta, è stata: dove si impara a fare un'intervista? Come si fa a sapere quali domande fare? C'è una scuola dove ti preparano? Perché, se dovessi pensare di intervistare qualcuno, io avrei qualche difficoltà; infatti, le volte che ho provato a fare qualcosa del genere, ho lasciato carta bianca agli scrittori. (Tra l'altro, vi piacerebbe riprendessi in mano la rubrica “Do the write thing”?). Sicuramente bisogna essere ben preparati sul soggetto dell'intervista e, con questo, non intendo solo aver letto tutte le sue opere ma anche avere un minimo di nozioni biografiche. Un'altra cosa infatti che ho notato, sempre grazie a questo libro, è che il come e il quando e il dove e il durante e il perché si è scritto una determinata opera hanno un certo peso sull'opera stessa. L'assunto che lo scrittore non è quello che scrive e che non bisogna sempre cercare l'autore tra le parole del libro non è giusto fino in fondo. E' un equilibrio molto precario: spesso sono opere di fantasia ma scritte da persone reali. Diciamo che la portinaia che è in me apprezza molto il dietro le quinte, ma un giornalista deve stare molto attento a non confondere l'autore con l'opera. John Freeman stesso nell'introduzione parla proprio di questo pericolo:
Quando un lettore si rivolge a uno scrittore, o a un suo libro, per ottenere le soluzioni ai propri problemi, finisce per violare la privacy di entrambi. E' questo il rischio che si nasconde dietro ogni intervista, dietro ogni profilo biografico: quello di incatenare troppo la vita di un autore alle sue opere, o di intestardirsi nella convinzione che un romanzo possa sostituire il nostro essere destinati a commettere errori e a pagarne le conseguenze, per imparare a tirare avanti in maniera adeguata, se non addirittura felice.
Gli scrittori non hanno nulla a che vedere con il significato che diamo a un incontro (che sia con loro o con il loro libro), né sono responsabili di quello che scrive un giornalista né, tanto meno, della nostra vita. A quella ci dobbiamo pensare noi.

venerdì 6 marzo 2015

Let's get personal! #vitasegretadiunablogger


C'è un'usanza tra le youtuber (cioè le proprietarie di canali su youtube), creare dei tag sul alcuni argomenti: cosa c'è nella mia borsa, preparati con me, il mio trucco di tutti i giorni e altre amenità varie. In questi giorni uno di questi è stato modificato per chi invece possiede un blog e mi è sembrato carino prendervi parte, anche se non sono stata taggata da nessuno (se non sapete che cosa significa taggare, dovete leggere fino in fondo al post... :-) )
Qui di seguito le mie risposte, mettetevi comodi perché sono stata un po' prolissa. Spero lo troviate di vostro interesse.

venerdì 7 novembre 2014

Che ne pensi?

 
Sono convinta di saper scrivere, e un giorno o l'altro intendo fare un bel libro. Tu che ne pensi? La vita mi interessa profondamente, e sono certa che lo scrivere sia il mio mezzo di espressione naturale.

Virginia Woolf (Lettera a Violet Dickinson 1904)

venerdì 24 gennaio 2014

Puro disporsi nello spazio

C'è poi, nello scrivere, di tanto in tanto, una certa forma di eleganza pura, priva di genio ma ricca di maestria, che chiama il lettore a un diletto tutto particolare, perfino vuoto, affine al passare le dita su una superficie liscia, o al guardare, da sdraiati, un fiume che scorre. Non importa neppure più tanto cosa si sta leggendo, è un piacere sottilmente fisico generato dal puro disporsi della scrittura nello spazio, dalla leggerezza delle sue movenze, dal suono cristallino che fa rimbalzando sul tavolo di marmo della nostra attenzione. Si legge non tanto per imparare, allora, né in fondo per essere intrattenuti in modo intelligente: lo si fa per lasciare che quella prosa scorra su certe personali stanchezze, o sconfitte, o disfatte, e ne lenisca il bruciore, sciacquando via lo sporco dalla ferita. Così si legge per il puro piacere della lettura – e per salvarsi.

Alessandro Baricco


mercoledì 20 marzo 2013

Il momento buono

Sarà pedante finché vuoi, ma io credo fermamente nelle abitudini in materia di scrittura. Certo, se hai del genio puoi anche farne a meno, ma la maggior parte di noi ha solo talento, che va strenuamente sostenuto con abitudini fisiche e mentali, altrimenti si inaridisce e sfuma. Lo vedo succedere di continuo. Ovviamente devi adeguare le abitudini che prendi alle tue possibilità. Io lavoro solo un paio d'ore al giorno perché è tutta l'energia che ho a disposizione, ma in quelle due ore non permetto a niente di interferire: stesso orario, stesso posto. Non che riesca a ricavare granché da quelle due ore. Certe volte lavoro mesi e mesi e poi mi vedo costretta a buttare via tutto, ma sono convinta che non è mai tempo sprecato. Qualcosa comunque si muove e, al momento buono, renderà tutto più facile. E il fatto è che se non ti metti seduta tutti i giorni, al momento buono tu non ci sei.

Flannery O'Connor

giovedì 14 febbraio 2013

Come col gin


Quando vedo una penna con dell'inchiostro non posso fare a meno di attaccarmici, come a certa gente capita col gin.

Virginia Woolf
Qualunque sia la vostra forma di “attaccamento”, abusatene... ieri, oggi e domani.
Buon San Valentino, Francesca


mercoledì 5 dicembre 2012

Scialuppa di salvataggio

Le pause tra le parole si allungavano, quando per un attimo veniva meno lo slancio che consente al pensiero di trasformarsi in linguaggio, e sbocciava in me una nera chiazza di apatia. Suppongo sia questo l'ostacolo contro il quale ho lottato più spesso nella mia vita di scrittrice, … la tendenza a cedere a una risacca di mutismo. In quel periodo però restavo spesso sospesa in quegli istanti, che diventarono più duraturi e più vasti, e a volte mi riusciva impossibile avvistare la sponda opposta. E quando infine la raggiungevo, quando finalmente una parola mi veniva incontro come una scialuppa di salvataggio, seguita da un'altra e un'altra ancora, le accoglievo con una lieve diffidenza, un sospetto che prendeva piede e non si limitava al mio lavoro. E' impossibile nutrire sfiducia verso la propria scrittura senza risvegliare una più profonda sfiducia in se stessi.

Nicole Krauss

lunedì 3 settembre 2012

Una matita in tasca

Dopo quella sera, dovunque andassi incominciai a portare con me una matita. Mi abituai a non uscire mai di casa senza essermi accertato di avere una matita in tasca. Non che avessi progetti definiti a proposito di quella matita, ma non volevo più farmi sorprendere. Ero già stato colto impreparato una volta, e non avrei permesso che succedesse di nuovo.
Se non altro, gli anni mi hanno insegnato questo: se hai una matita in tasca, ci sono buone probabilità che un giorno o l'altro ti venga la tentazione di usarla.
Come mi piace dire ai miei figli, fu così che diventai uno scrittore.

Paul Auster


mercoledì 1 agosto 2012

Are You a Real Writer?



  • Dimmi, sei un vero scrittore?
  • Dipende da quello che intendete per “vero”.
  • Be', tesoro, c'è qualcuno che compera quello che scrivi?

Truman Capote “Colazione da Tiffany”

Ora potete trovarmi anche su Instagram, con il nome “leparoleverranno”. Non ho ancora messo un'immagine nel profilo, ci sto lavorando, e le immagini che accompagnano questa citazione sono le prime che ho scattato. Spero sia per me un incentivo a scattare più foto e un ulteriore spunto di condivisione con voi, libresco ma non solo. Sto imparando ad usarlo, con la tecnologia sono davvero negata ed ogni consiglio non potrà essere che ben accetto.
Venitemi a trovare anche lì, vi aspetto!


giovedì 28 giugno 2012

Working Magic

What an astonishing thing a book is. It's a flat object made from a tree with flexible parts on which are imprinted lots of funny dark squiggles. But one glance at it and you're inside the mind of another person, maybe somebody dead for thousands of years. Across the millennia, an author is speaking clearly and silently inside your head, directly to you. Writing is perhaps the greatest of human inventions, binding togheter people who never knew each other, citizens of distant epochs. Books break the shackles of time. A book is proof that humans are capable of working magic.

Carl Sagan
Mia traduzione:

Che cosa meravigliosa è un libro. E' un oggetto piatto creato da un albero con parti flessibili sulle quali sono stampati in quantità scuri e divertenti ghirigori. Ma un solo sguardo e ti ritrovi nella mente di un'altra persona, forse qualcuno morto da centinaia di anni. Attraverso i millenni, un autore sta parlando chiaramente e silenziosamente all'interno della tua testa, direttamente a te. La scrittura è forse una delle più grandi invenzioni dell'uomo, che unisce persone che non si sono mai conosciute, cittadini di epoche lontane. I libri rompono le manette del tempo. Un libro è la prova che gli uomini sono capaci di fare magie.