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lunedì 4 febbraio 2019

Il mestiere dello scrittore


Forse Murakami Haruki mi disapproverebbe. O forse sono io che provo sempre l'istinto di dovermi giustificare per questa mia inspiegabile passione per i libri in cui gli autori parlano della scrittura, di come compiono questo atto, come hanno iniziato, come lavorano, come sono organizzate le loro giornate. Ammetto di essere attratta da questo tipo di libri più che dai loro stessi romanzi, sono più interessata a spiarli mentre compiono il misterioso atto di scrivere, che a leggere quello che mettono nero su bianco. Sembra quasi io voglia carpire chissà quale segreto. O forse, semplicemente, provo una profonda attrazione per la persona più che per il libro.
Di Murakami Haruki ho letto solo un romanzo, “Tokyo Blues”, sotto le insistenze del ragazzo che stavo frequentando in quel periodo: del libro non ricordo nulla, se non la delusione del ragazzo perché gli avevo detto che non mi aveva colpita. Ricordo con quanta insistenza cercò di convincermi del contrario, di che libro meraviglioso fosse, di quanto bravo fosse l'autore.
In seguito, quando mi sono appassionata alla corsa, ho letto con grande piacere e interesse “L'arte di correre” (ne avevo scritto QUI): una riflessione su quanto, per Murakami, scrittura e corsa siano intrecciate e di come l'attività fisica lo aiuti nel suo lavoro di scrittore. Da qui poi partono svariate riflessioni sulla (sua) vita e, attraverso quelle pagine, scopri come sia un uomo molto metodico e disciplinato, tranquillo e abitudinario. Niente genio e sregolatezza qui. Mi piacque molto leggerlo e molti brani sono entrati a far parte della mia collezione di frasi d'autore che mi ispirano.
“Il mestiere dello scrittore” mi ha ulteriormente confermato di che tipo uomo sia e l'ammirazione nei suoi confronti è maggiormente cresciuta. Si può stimare uno scrittore senza aver letto nessuno dei suoi romanzi? A quanto pare sì; penso davvero che il suo successo sia meritato e penso anche di sapere perché.
All'età di ventinove anni all'improvviso ho voluto scrivere un romanzo, senza alcuna ragione al mondo, e l'ho fatto. Era la prima volta, non avevo né ambizione né condizionamenti tipo «un romanzo va scritto in questo e quel modo». Non sapevo quasi nulla del panorama letterario del momento, né c'erano scrittori delle generazioni precedenti che volessi prendere a modello (che fosse una fortuna o meno). Desideravo semplicemente scrivere qualcosa che riflettesse quello che avevo dentro di me. Era una sensazione molto forte che non lasciava spazio ad altro, così mi sono seduto al tavolo. Insomma, ho cercato di fare del mio meglio. E mentre scrivevo mi divertivo, provavo una naturale sensazione di libertà.
Il libro è suddiviso in sezioni e ognuna affronta i diversi aspetti del suo lavoro come scrittore: come ha iniziato, quando scrive, come sono organizzate le sue giornate e le condizioni di base di cui necessità per poterlo fare al meglio. Affronta anche aspetti quali il lettore ideale, i personaggi, i temi e lo stile.
Ho immaginato di avere trenta o quaranta persone sedute di fronte a me e di parlare loro nel tono più familiare possibile... questo libro verrà probabilmente accolto come un «saggio autobiografico», ma in origine non l'ho scritto con quest'intenzione. Pensavo soltanto di mettere nero su bianco, nel modo più concreto e tangibile, per quali vie, con quali idee sono arrivato, in quanto romanziere, fin qui. Detto ciò, visto che scrivere significa per l'appunto esprimere se stessi, quando mi metto a parlare della scrittura, naturalmente parlo di me.
Traspare dalle sue parole la sua tranquilla determinazione nel perseguire la cosa che più ama fare nella vita: scrivere. Di come rifugga tutto quello che possa essere di impedimento a questo scopo: fama, critiche sterili, premi letterari, chiacchiere e pettegolezzi. Grato per il successo che sta ottenendo, io sono convinta che anche se così non fosse, continuerebbe a scrivere, esattamente come tutti i giorni scende in strada e incomincia a correre, anche se non ha mai vinto una maratona. Gli piace scrivere, gli da gioia e continuerà fino a quando sentirà ancora le farfalle nello stomaco. Fino a quando avrà qualcosa da raccontare e, mettendolo per iscritto, proverà libertà.
In qualunque lavoro creativo dev'esserci un nucleo di gioia spontanea. L'originalità è semplicemente la forma che prende l'impulso di trasmettere a un gran numero di persone questo sentimento di libertà, questa gioia che non conosce restrizioni.

Questi trentacinque anni di vita sono forse stati lo sforzo ardente e costante di provare ancora e sempre meraviglia.
Credo che un lettore tutte questo lo percepisca.

mercoledì 12 gennaio 2011

Ho fatto indigestione


So di aver scritto più e più volte del mio interesse per gli scrittori e l'arte di scrivere. Quello di cui invece non ho mai scritto è della mia passione per la corsa.
Sono diversi anni ormai che corro, con alcuni periodi di “sosta” e con alterni risultati. Il lavoro mi permette di correre solo la sera e l'inverno, con il freddo, i malanni di stagione e le giornate più corte, quindi più buie, rende l'essere costanti impresa ardua. Ma sono sempre molto contenta quando riesco ad andare a correre. Torno rigenerata, con la mente libera e più leggera. Per me è una sorta di meditazione.
Ovviamente, ad attirarmi del libro di cui sto per parlarvi è stato il titolo.


Non sapevo nulla dell'autore e non avevo letto nessuno dei suoi libri, ma mi ha incuriosito molto il binomio scrittore-maratoneta.
Immaginerete quindi la mia sorpresa quando, andando avanti nella lettura, ho scoperto che il libro non parlava solo della corsa ma anche della scrittura. In una sorta di diario, l'autore racconta di come è diventato, oltre che maratoneta, anche scrittore, con una serie di parallelismi e rimandi davvero interessanti. Essere uno scrittore l'ha fatto diventare un corridore; la corsa ha influenzato la sua scrittura. In fondo, per entrambe le attività, ci vuole allenamento.
E' stato davvero interessante questa lettura. Soprattutto per me, che ho trovato in un solo libro, due temi che amo molto... ho fatto indigestione!
E poi c'è questa frase, che continua a ronzarmi in testa:

Pain is inevitable. Suffering is optional.