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giovedì 31 maggio 2018

Donne di Torino


«Non me l'aspettavo tutta questa partecipazione» mi ha confessato Barbara Oggero verso la fine del nostro incontro. «Non immaginavo che tutte queste donne avessero voglia di raccontarsi, aprirsi con me, una sconosciuta, e che si potesse raggiungere quasi un'intimità».
A febbraio del 2017 Barbara sente un vuoto, le manca qualcosa: scendere in strada e, semplicemente, fotografare, senza pianificazione, senza pose, senza set, semplicemente luce e il suono dell'otturatore; così nasce “Donne di Torino”.

...ovvero ritratti urbani di donne che vogliono lasciarsi fotografare a condizione di una breve chiacchierata informale su un tema a loro piacere. Dall’impegno nel sociale ai figli, dalla più cocente delusione alla migliore impresa della propria esistenza ogni argomento è benvenuto.


Pensava di doverle andare a cercare e stanare, le donne disposte a partecipare a questo progetto, o che le sue amiche avrebbero accettato per compassione, non pensava di arrivare a fotografare in poco più di un anno più di 250 torinesi, tolti il sabato e la domenica, sono quasi una al giorno.
Si stupisce Barbara, io invece no: se la vita è fatta di storie, come sono sempre più convinta, tutti ne abbiamo una da raccontare, abbiamo solo bisogno di qualcuno disposto ad ascoltare e lei, con il suo progetto, da a chiunque lo desideri questa possibilità; perché come dice la a me tanto cara Emily Dickinson

Alcuni dicono che
quando è detta,
la parola muore.
Io dico invece che
proprio quel giorno
comincia a vivere.

Qualcuno le ha mosso la critica che foto e testo non siano assolutamente collegati, che tra loro non ci sia nessun nesso, non sono d'accordo; così come durante la chiacchierata Barbara offre il suo orecchio, subito dopo offre silenziosamente, come uno specchio, il suo obiettivo: ogni donna continua il racconto di sé, attraverso l'immagine che più o meno inconsapevolmente da di se stessa.
Ora, tra le Donne di Torino, ci sono anch'io; una mattina in cui la pioggia aveva deciso finalmente di darci una tregua, ci siamo sedute a una tavolino di un bar, lei mi ha invitata a parlare e io, che non mi ero assolutamente preparata, ricordo di aver guardato fuori dalla finestra e di aver detto la prima cosa che mi passava per la testa. Casuale? Nulla lo è, secondo me.

Il progetto lo trovate qui: Facebook – Instagram

lunedì 14 maggio 2018

Il resto è ossigeno


Ho pensato: che coraggiosa che è stata Valentina Stella, scrittrice turineisa a scrivere una storia che poteva spingere il lettore a domandarsi se Sara fosse lei, Arturo suo marito e Giulia sua figlia, a confondere lo scrittore e la sua vita con i personaggi del libro. Chissà se qualcuno ha avuto il coraggio di chiederglielo e chissà lei cosa avrà risposto. Ma poi, che importanza ha?
Ho pensato: ecco perché Valentina Stella nomina spesso Arturo, con affetto e nostalgia. Ecco perché secondo me è il suo personaggio preferito, quello a cui è più legata. Ecco perché è anche il mio.
Ho pensato: bella questa idea del racconto a due voci, una di Sara e una di Arturo, che si alternano in un passaggio di testimone, che svelano e rivelano un poco alla volta, che senza saperlo continuano a dialogare tra di loro. O riprendono a farlo. Chissà se l'avrà scritto proprio così o avrà prima dato voce a un personaggio e poi all'altro, si è domandata la me che vorrebbe sempre sbirciare dal buco della serratura mentre uno scrittore compie il suo prodigio.
Ho pensato: grazie Valentina Stella per aver scritto l'unico finale possibile secondo me perché per un attimo ho temuto e, giuro, che sarei stata molto ma molto delusa fosse andata altrimenti.

Arturo, uno dei due protagonisti de “Il resto è ossigeno” si è perso e così, in seguito a un attacco di panico, decide di lasciare moglie e figlia e incomincia a camminare, all'inseguimento non sa bene neanche lui di che cosa. Sara, la moglie, resta, perché non ha scelta, perché è fatta così, perché forse non c'è mai veramente stata. Arturo si perde, Sara, che non sapeva di essersi smarrita, lentamente si ritrova. In mezzo le strade di Torino, che accompagnano il cammino di queste due anime alla ricerca.
E io che alle volte vorrei fare come Arturo, prendere e andarmene, pur avendo capito da tempo che non servirebbe a niente, perché non si può mai fuggire veramente. E io che alle volte ho paura di aver fatto come Sara ed aver perso me stessa. In mezzo, un prato, dove allo stesso tempo anelo e temo di tornare.
Dei miei vent'anni mi manca il sapere che tutto può ancora succedere. Il sapere di essere in un prato enorme da cui partono tante strade, e io sono lì, a giocare, bere, ridere, scherzare, amare, e poi, con calma, dovrò solo sceglierne una e cominciare a costruire il futuro.[...]
Poi però penso che fra poco ne avrò quaranta, e in qualche modo – senza volerlo – sono tornata in quel prato, e sto di nuovo cambiando tutta la mia vita.
Forse quel prato non è esclusiva dei ventenni, ma di tutti quelli che non si accontentano mai, di quelli che nelle vene hanno sangue e inquietudine.
Forse chi si ritrova in quel prato non riesce mai a essere davvero felice.

lunedì 18 dicembre 2017

L'ultimo #turineisa del 2017


Il post di oggi vede protagonista l'ultimo #turineisa del 2017, questa rubrica che mi sta dando grosse soddisfazioni, mi ha fatto fare delle bellissime scoperte e che non ho nessuna intenzione di abbandonare.
Come vi accennavo QUI, finalmente a novembre sono riuscita nel tanto agognato faccio cose, vedo gente. In particolare sono stata a due presentazioni: di un calendario per il 2018 e di una guida narrativa su Torino.

non tutto a posto


Da non so quanti anni sono iscritta alla newsletter della libreria “nb:notabene”, libreria indipendente specializzata in grafica, designa e architettura contemporanea, un piccolo gioiellino nascosto in una viuzza laterale, con un bellissimo soffitto in legno grezzo e le pareti, ovviamente, tappezzate di libri e pubblicazioni poco note, e per questo davvero preziose. Ero stata attirata dalla loro bancarella durante un'edizione di Portici di Carta, così avevo lasciato molto volentieri il mio indirizzo mail, ma per tutto questo tempo non ero mai stata fisicamente in negozio, che per me che abito in provincia è decisamente fuori mano. Ma se si desidera qualcosa, il momento giusto prima o poi arriva...
L'occasione è stata la presentazione del calendario nontuttoaposto di Cristiana Erbetta, che nasce per il desiderio di giocare con il divenire immagine delle parole. La calligrafia diventa così segno astratto e rappresentazione grafica, si trasforma in poesia.


La Calligrafia Gestuale è la parte più libera della calligrafia in quanto la scrittura diventa segno e ne scaturisce un' immagine che diventa testo. In questo tipo di calligrafia sono elemento distintivo e fondamentale la dinamicità e la sicurezza del calligrafo poiché saltano tutti gli schemi della calligrafia classica ed il gesto è completamente libero. La calligrafia gestuale è anche un importante campo per ottenere sorprendenti effetti grafici grazie ai più inconsueti strumenti calligrafici quali il: cola-pen, tiralinee, palette di legno, carboncini, scopini di saggina, feltrini di diversa durezza, rafia ripiegata ecc.


"nontuttoaposto
scompone e ricompone
ricuce riutilizza riassembla
nontuttoaposto ama le imperfezioni
i difetti le imprecisioni
così ogni pezzo è unico"

Sotto una buona stella


Una sera, invece, mi sono recata al Circolo dei Lettori, per assistere alla presentazione di una guida molto particolare di Torino, “Sotto una buona stella” a cura di Gianluca Polastri, unica nel suo genere, con l'ambizione di far entrare, chi si accinge a leggerla, nello spirito torinese, uno spazio vivo fatto di persone, storia e tradizioni. La caratteristica che mi ha colpita maggiormente, che mi ha spinta a partecipare all'incontro e a comprare poi il libro, è stata che al progetto hanno preso parte non solo scrittori piemontesi, ma anche fotografi, artisti, architetti, cuochi e poeti: un caleidoscopio di voci davvero in grado di dare voce a Torino e alle sue infinite sfumature. Il fatto poi che sia narrativa, cioè sotto forma di racconti, non poteva che essere il giusto corollario di questo anno #turineisa. Al prossimo!

lunedì 20 novembre 2017

La distrazione di Dio


Con i libri dovrebbe essere sempre così: inizi a leggere e vieni rapito, dalla storia, dai personaggi, dalla scrittura. È una cosa che dai per scontata, perché ti fai influenzare dal marketing, dalla pubblicità, dai soliti noti e il fatto che la lettura di un libro sia bella lo dai quasi per assodato. Ti stupisci semmai del contrario, quando non ti piace e "strano, tutti ne parlano così bene..." Se poi sei un lettore come me, poco avventuroso, amante dei classici e quindi non avvezzo a sperimentare e azzardare nelle letture, quando lo fai la sorpresa è doppia; e quante piacevoli scoperte sto facendo da quando ho iniziato a tenere la rubrica #turineisa.
L'ultima è stata quella di Alessio Cuffaro e il suo “La distrazione di Dio” edito da Autori Riuniti. Mentre lo leggevo ricordo che mi domandavo: quanto si sarà divertito a scriverlo l'autore? Spero almeno la metà di quanto io mi stia divertendo a leggerlo! E non è neanche un giallo o un thriller, che per la loro struttura sono per forza portati a tenere legato a sé il lettore; qui non c'è nessun assassino da trovare ne un caso da risolvere.
Eppure non riuscirete a posare il libro presi come sarete dalle avventure di Francesco Cassini, stimato ingegnere nella Torino di fine Ottocento, che un giorno, dopo un incidente mortale, si risveglierà in un altro corpo. Un nuovo fisico da abitare, una nuova vita da imparare. Divertente, vero? Quante volte ci siamo detti «Se potessi ricominciare tutto da capo? Se rinascessi un'altra volta?» E se Dio si distraesse e, per sbaglio, ci regalasse proprio questa possibilità? Solo che... spero di non far venire la pelle d'oca a Cuffaro con questa citazione:
A volte è Dio che sbaglia la tua ordinazione,
per questo se chiudi la porta si apre un burrone.
Fedez
Quante volte mi sono arrabbiata perché non ho ottenuto quello che desideravo, quante lacrime ho speso per questa vita che non era come l'avevo sognata. Dove avevo sbagliato? Cosa avevo fatto per meritarmi tutto questo? Perché io?
Così, come se niente fosse, mentre leggi quella che pensi sia una trovata divertente, l'autore ti fa uno sgambetto e tu capisci che non c'è niente da ridere, qui è di vita che stiamo parlando. E di tempo. E di come impiegarlo. E che farne di quello già speso.
Mi sono chiesto cosa sarebbe successo, della tua e della mia vita, se quel giorno ti avessi dato retta e non ti avessi lasciato entrare. Ma non ha molto senso, ti pare? Uno alla fine si guarda indietro e si lascia tormentare da tutte le opzioni scartate nel corso degli anni. Se avessi fatto, se non avessi fatto. Non serve. È come cercare di ripercorrere a ritroso una partita a scacchi persa, provando a risalire alla mossa che ha compromesso tutto.

Si scoprì esausto. Schiacciato dal peso di una vita troppo lunga che non si era mai preso la briga di guardare e capire. Tutto quello che era riuscito a fare in più di un secolo era stato vivere. Così come veniva. Senza nessun altro scopo che non fosse quello di tirare avanti un po' di più.
La vita può essere un'avventura meravigliosa o una fatica pazzesca, la vita è un azzardo, è una macchina da guidare senza patente, una melodia da suonare senza spartito, è un libro da scrivere senza conoscere il finale; ci sono diversi modi per attraversarla, Alessio Cuffaro ce ne mostra qualcuno, ma la risposta non è univoca, ognuno dovrà cercare il proprio, magari seguendo questo piccolo importante suggerimento nascosto a pagina 89.
L'unica cosa che so della felicità è che non te la possono misurare gli altri come si fa con la febbre.

lunedì 30 ottobre 2017

L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome


Silvana Sarca, conosciuta da tutti come Vani, è saccente, fa tante battute sarcastiche, è cinica e disillusa. Simpatica come un riccio nelle mutande, insomma. Avanzi nella lettura di “L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome”, primo di tre libri ambientati a Torino e scritti da Alice Basso, torinese di adozione, e avente appunto Vani come protagonista, oscillando continuamente tra l'odio e il tifo per lei, tra il desiderio di zittirla e quello di avere la sua risposta pronta, tra il mandarla a quel paese e avercela per amica... mi fa venire in mente la canzone di Rihanna che nel ritornello fa “Why is everything with you so complicated?” (e che tante volte ho dedicato VV).
Vani per lavoro fa la ghost writer, scrive libri per gli altri: scrittori in piena crisi della pagina bianca, gente famosa che non ha tempo o le capacità di mettere giù due frasi di senso compiuto, le consegnano le loro idee e lei le mette nero su bianco, proprio come se le avessero scritte loro. Perché il dono di Vani è l'empatia, una grande capacità di immedesimazione, spirito di osservazione e intuito. Insomma ha quasi sempre ragione, per questo ti viene da chiederle un consiglio per poi risponderle di farsi i fatti suoi...
Avrà bisogno di usare tutte le sue capacità quando una scrittrice per cui lavora scomparirà nel nulla e la polizia le chiederà di collaborare. A condire il tutto una storia d'amore che farebbe vacillare anche un pezzo di granito. Ovvio che con questi ingredienti non riuscirete a staccarvi dal libro e che, una volta finito, avrete voglia di leggere gli altri due.
La grandezza di Alice Basso, invece? Rendere leggero e leggibile un libro, farlo sembrare un romanzetto facile e digeribile, quando invece è infarcito così tanto di libri e letteratura, che il pericolo mattone sarebbe stato dietro l'angolo; prendere due generi letterari come il romanzo rosa e il giallo (sì, c'è anche il commissario che non deve chiedere mai), unirli e aggiungerci anche tutti gli ingredienti per gli appassionati di libri: case editrici, premi letterari, scrittori da premio Strega, editor, direttori editoriali e il loro mondo dietro le quinte.
E poi quella capacità di finire non finire il capitolo che in una lettrice masochista come me provoca l'insano piacere di continuare nella lettura, anche fino a notte fonda.
«No, sul serio, è veramente come se mi avessi letto nella testa e avessi tirato fuori le cose che sentivo, ma che nemmeno io sapevo di stare pensando!... Ma come hai fatto?»

lunedì 18 settembre 2017

un'imprecisa cosa felice


Un giorno ho incontrato una persona che mi ha detto: “Io non voglio essere chiamata malata. Non voglio che si dica malattia. Non voglio proprio che vengano dette queste parole in mia presenza”. Era molto arrabbiata. Non so nulla di quella persona, del suo passato, del suo vissuto, del suo presente. Non so nemmeno il suo nome. La capisco; in diversi momenti urlava forte dentro di me “Io non sono la mia malattia!”, non volevo che tutto si riducesse solo a questo, non volevo che gli altri non vedessero altro di me all'infuori di questo. Ognuno ha le sue motivazioni e tutte sono valide.
La malattia purtroppo (o per fortuna?) ti mette di fronte a un fatto che tendiamo a dimenticare, a non voler prendere in considerazione, a negare: siamo mortali. Quante volte pensate, parlate, discutete onestamente e francamente di morte? Rispondo io per voi: mai (ci sono argomenti più interessanti, in effetti). Mai, se non siamo obbligati a causa di una malattia o di un lutto. E anche quando lo facciamo usiamo frasi fatte, di circostanza. La malattia e la morte sono argomenti tabù, intimi, che affrontiamo, se li affrontiamo, nella nostra solitudine.
Io stessa non ne parlo, anche se da quando mi sono ammalata ci penso spesso: ho dovuto, mio malgrado, farci i conti con questa eventualità (che tanto eventuale non è, perché è il destino di tutti, è il “quando” a mandarci in crisi). Pensandoci ho scoperto che non ho paura di morire (di soffrire sì), ovviamente spero che accada il più tardi possibile, ma non mi preoccupo, non passo le mie giornate pensando “Oddio e se muoio?!”. Sapete invece qual'è la cosa che mi preoccupa e mi fa davvero stare in pensiero, che mi fa venire un groppo in gola e una stretta allo stomaco? Il pensiero di chi rimane e deve affrontare questa perdita. Al confronto, morire è facile. (Suona forte, mi rendo conto)
Quando ho questi pensieri, quando mi assale la paura, ho un bisogno sfrenato e disperato di essere rassicurata, di sapere che staranno tutti bene, che se la caveranno (VV soprattutto) anche senza di me; ho quasi la necessità di sentirmi inutile, di sapere che non hanno bisogno di me per essere felici e stare bene (egocentrica?). Non vorrei che nessuno soffrisse per me e, se questo è inevitabile, spero passi presto, che ritornino a vivere, a sorridere, a sognare. Un giorno ho letto questa frase su Internet che riassume benissimo che cos'è il dolore per una perdita:

Grief felt like carrying a huge bag of bricks: at first, I thought, ‘I’m not strong enough to carry this much grief; it will kill me.’ But as time passed, the bag got lighter and lighter. I can’t ever put the bag down, it is with me forever, but now I’m strong enough to carry it.

(Il dolore è come portare un'enorme borsa piena di mattoni: all'inizio pensavo “Non sono abbastanza forte per portare tutto questo dolore; mi ucciderà.” Ma man man che il tempo passava, la borsa diventava sempre più leggera. Non potrò mai posare questa borsa, starà con me per sempre, ma ora sono forte abbastanza per portarla.)

Ecco, questo secondo me è il messaggio del libro turineisa di Silvia Greco “un'imprecisa cosa felice” edito da Hacca: un messaggio di speranza, un messaggio di forza.

Resti lì, attonito, stravolto, incredulo, davanti a quella scena assurda. Com'è possibile? Non si può morire così, non puoi crederci. Amore mio, no, ti prego, no, mamma, papà, amica mia, nonno, fratello. Zia. E' uno scherzo di pessimo gusto.
Ma poi inizi a vederci un segno. Lei, lui, loro se ne sono andati lasciandoti un sorriso. Adesso te ne accorgi, lo vedi. Lo acciuffi e te lo rimetti in bocca.

lunedì 17 luglio 2017

Turineisa - Blog


La rubrica #turineisa sta prendendo il sopravvento e come un polipo dai lunghi tentacoli si sta allargando anche ad altri ambiti. Torniamo però a parlare di scrittori, anche se in un ambito differente: quello dei blogger. In passato ho già avuto modo di condividere con voi alcuni dei blog che leggo abitualmente o quasi, oggi ve ne mostro altri tre; in comune hanno il fatto di essere scritti da torinesi (anche di adozione) e di avere come argomento principale proprio la città di Torino... o quasi.
Vi lascio a loro, così come si sono presentati sul web.


Nella primavera del 2015 ho aperto Dire Fare Mole, un diario nella rete per raccontarvi la mia Torino e il mio Piemonte, di ciò che si dice e si fa all’ ombra della Mole dal punto di vista di una trentenne innamorata della sua città. Il mio obiettivo? Farvi sentire, attraverso ciò che scrivo, il sapore del bicerin, lo scrosciare dello scorrere del Po, vedere i colori grigio e crema degli eleganti palazzi settecenteschi di Piazza San Carlo e Piazza Vittorio … farvi innamorare perdutamente con la stessa intensità che provo io.


Negli ultimi anni, Torino è stata riconosciuta come una delle città più sorprendenti da vistare in Italia. I bloggers di Le Strade di Torino amano catturarne i cambiamenti e condividere le loro nuove scoperte. Andiamo alla ricerca di negozi, hotel, ristoranti e locali dove cenare o pranzare. Li proviamo e vi raccontiamo le nostre migliori avventure.


Blogger nell’animo, mi trovate sempre in rete, finestra smisurata su un mondo che vorrei toccare. Un po’ retrò nella sostanza, ho uno stile di vita anni ’50: lentezza in cucina e cene allestite a modo, oggetti vissuti che raccontano una storia, profumo di pane tra le pareti domestiche, torta fatta in casa a colazione, la spesa al mercato su una bici stracarica e sgangherata. Impasto e inforno, friggo, trito e taglio, salto e condisco…e la cucina è il posto dove proprio non riesco a stare ferma. Questo bombardamento culinario si svolge in una casa con cortile, in una zona tranquilla della mia città, Torino, a cinquanta piccoli saltelli dal Po...Non di sole ricette ci si nutre qui, ma di pittura e arte, storia e letteratura, e il cibo diventa un succoso pretesto per chiacchierare.

Leggere un blog è un modo molto attuale per tastare il polso di una città e dei suoi abitanti, non trovate? E voi, quali sono i vostri preferiti? Esclusa la sottoscritta, ovviamente... ;-)

lunedì 10 luglio 2017

Turineisa - Travel Guide


Quale è la prima cosa che fate subito dopo aver scelto la destinazione del vostro prossimo viaggio? Personalmente, corro a comprarmi una guida. Anche se siamo nell'era digitale e tutte le informazioni sono a portata di un click, nulla mi predispone al viaggio come una guida cartacea tra le mani, pronta per essere sfogliata, sottolineata, ricevere orecchie alle pagine, maltrattata all'interno dell'immancabile zaino che accompagna le nostra scorribande, imbrattata durante i pasti e riempita di scontrini e biglietti dell'aereo o quelli dei musei visitati. Il mio viaggio ha inizio lì, tra quelle pagine, prima ancora del check-in. Ora poi ho anche chi me la contende...


Ho pensato quindi di suggerirvi due guide su Torino, scoperte entrambe durante il Salone del Libro di Torino di quest'anno; molto differenti tra loro, per stile, approccio alla città e suggerimenti, ma entrambe con punti di vista nuovi ed originali, al di fuori dei soliti e spesso un po' stantii schemi delle guide da viaggio.


Emons Edizioni fu una delle scoperte che feci al Salone del Libro 2016 e di questa casa editrice portai a casa proprio la guida su Berlino e un audiolibro. Potete immaginare il mio entusiasmo quando quest'anno ho visto che era stata appena pubblicata la nuova guida “111 luoghi di Torino che devi proprio scoprire”.
La particolarità di questa guida è che è scritta da chi la città la vive e la conosce bene ed è in grado di suggerire e far conoscere anche luoghi al di fuori dei soliti circuiti turistici: va bene la Mole Antonelliana, va bene il Museo del Cinema e quello Egizio, ma a Torino c'è molto ma molto di più. Non mi stancherò mai di ripetere che questa città ha molte facce e anch'io, che ci sono nata, non le conosco ancora tutte. Questa guida sarà sicuramente di aiuto!


Non solo una Torino dalle molte facce, ma una per ogni stagione, in un immaginario guardaroba cittadino, quattro infatti le parti che compongono la guida “My secret Turin. La Torino segreta delle vere torinesi” di Irene Perino, con le illustrazioni di Alice Del Giudice. Moda, pasticceria, shopping, cultura, bellezza, tempo libero e tanto altro ancora si avvicendano in questa guida al femminile originale e frizzante... per scoprire che volto avrebbe Torino, cosa indosserebbe per essere sempre al top e cosa avrebbe con sé nella borsa. Perché, se Torino fosse donna, ogni uomo se ne innamorerebbe e ogni ragazza vorrebbe esserle amica per capire come fa a essere così inconsapevolmente bella.

Insomma, che cosa aspettate a venire a Torino e caderne innamorati?

lunedì 26 giugno 2017

Turineisa Kids - La tata maschio


Vittoria, mia figlia, è una bambina sensibile: un urlo, una musica cupa, gesti e modi concitati la spaventano. L'errore che commettono alcuni è quello di pensare che sia una bambina paurosa, debole e poco coraggiosa. Al colloquio di fine anno le maestre stesse hanno constatato che un po' alla volta è uscito il suo vero carattere, che non è affatto quello di una bambina docile. Io le avevo avvisate che è, semplicemente, un diesel.
VV in realtà è una bambina molto coraggiosa, che ama le sfide e anela a mettersi alla prova; quando qualcosa le fa paura, se la prima reazione è la fuga, poi ritorna sul luogo del delitto fino a quando quella paura non riesce ad affrontarla e superarla. Ricordo quando mi chiese di tornare in biblioteca a vedere questo libro che avevo preso in prestito io per lei e che l'aveva terrorizzata al punto da farla piangere disperata. Sento ancora il battito del suo cuore che accelera mentre mi chiede di sfogliarlo con lei in braccio, senza leggerlo, i suoi occhi che osservano con timore e il suo “Ora puoi metterlo via” alla fine. Lo stesso se non riesce a fare qualcosa, insiste e si dispera fino a quando non ci riesce. Amo questo suo essere così caparbia, dovrei imparare da lei.
In quanto sua madre, ho dovuto imparare a frenare il mio istinto a proteggerla, quello che mi limito a fare è rispettare i suoi tempi. Osservarla, mentre si affaccia sul mondo, fingere di non avere paura anche quando ne ho. Se inizialmente avevo qualche timore in più a leggerle una storia con temi tabù (il lupo che mangia, il cacciatore che uccide, la matrigna cattiva...), sono sempre più dell'idea che non è nascondendole la violenza che la aiuto: se voglio proteggerla e darle gli strumenti per vivere, prima impara che il mondo è anche pericoloso e brutto e meglio è. Farlo attraverso i libri, oltre che con l'esperienza, mi sembra il modo migliore.
Tutta questa premessa per raccontarvi di un autore di libri per bambini (Turineisa, of course) a cui, senza neanche conoscerlo bene, affiderei ad occhi chiusi mia figlia. Quelle persone che ti ispirano a pelle...
Lorenzo Naia, meglio conosciuto come “La Tata Maschio” è un educatore, parent coach, coordinatore di un centro educativo per bambini e ragazzi dai 2 ai 16 anni, laureato in psicologia della comunicazione, specializzato in psicologia dell’educazione e del disegno infantile. Insieme alla illustratrice e scenografa Roberta Rossetti (aka “iltrexapois”) è già alla pubblicazione del suo quarto volume. Non saprei scegliere di quale parlarvi in particolare perché sono tutti bellissimi e tutti dimostrano una cura, una conoscenza e un rispetto per i bambini, il loro mondo e i loro sentimenti particolare e lodevole. Affetto e dolcezza le prima parole che mi vengono in mente, l'abbraccio tra un bambino e un adulto mentre leggono insieme l'immagine che si presenta se penso ai suoi libri.


Fortuna vuole che ora tutti i suoi libri siano in offerta sul sito della casa editrice Verbavolant, se volete invece una dedica personalizzata non avete che da scrivere direttamente all'autore (parliamone[at]latatamaschio.it). Lorenzo Naia, inoltre, organizza periodicamente a Torino dei Safari Urbani, per grandi e piccini: un modo differente per conoscere una città, imparare a guardarsi intorno e scorgere dettagli. Vi consiglio di seguire la sua pagina Facebook per tenervi informati sui prossimi appuntamenti. Io non vedo l'ora che VV abbia l'età adatta per andare all'avventura con lei!

lunedì 22 maggio 2017

Le colpe dei padri


Non mi sembra di esagerare se dico che non c'è torinese che non abbia almeno un padre, una madre, uno zio, una sorella, un cugino, un nonno, un parente insomma, che lavori o abbia lavorato nella Fiat o nell'indotto. Non sarebbe esistita la Fiat senza Torino e non esisterebbe Torino, com'è adesso, senza la Fiat; una One Company Town, una città che è stata plasmata da un'azienda, che ha visto quest'ultima determinare economia, composizione sociale, cultura urbanistica. Una città tenuta in pugno, ostaggio, di un'azienda, che poteva determinare le sorti di chi vi lavorava e vi abitava.
Se per la rubrica Turineisa ho scelto di leggere “Le colpe dei padri” di Alessandro Perissinotto, secondo classificato al Premio Strega nel 2013, e non il suo ultimo libro da poco pubblicato (questo, se vi interessa) è stato proprio per avere un racconto di tutto questo: di Torino e la Fiat, di qualcosa che in qualche modo mi appartiene, perché è qui che sono nata e cresciuta e tutte queste cose fanno parte della mio passato e del mio presente.
Questo libro narra la storia di Guido Marchisio, figlio della Torino bene, uomo arrivato, con una carriera in ascesa come dirigente di una multinazionale. Lo smantellamento che intraprenderà di quest'ultima, per conto dei vertici, farà da contraltare allo sgretolamento della sua vita personale, delle certezze su cui aveva sempre fatto affidamento. Chi è davvero Guido Marchisio? A fare da sfondo Torino e la sua industria, gli operai da una parte e i padroni dell'altra, che si fronteggiano e si scontrano, gli anni di piombo poi, le Brigate Rosse, la paura e la violenza.

...noi ci tenevamo all'azienda più di quanto ci tenessero i padroni; nessuno di quelli della mia età, ma anche di quelli più giovani, riuscirebbe a immaginare Mirafiori senza la Fiat Mirafiori... Tenevamo alla fabbrica, alle fabbriche, come alla nostra casa. Lo so che è difficile da credere, ma, appena finita la guerra, sono stati gli operai, di loro spontanea volontà, ad andare a togliere le mine che i tedeschi avevano messo negli stabilimenti.. io, nel '45 avevo ventitré anni e, malgrado avessi fatto il partigiano, quando si è trattato di sminare la Grandi Motori mi tremavano le mani, però l'ho fatto. L'ho fatto per Torino...

lunedì 8 maggio 2017

Turineisa - Una rivista e 3 case editrici


“Il dato giorno alla data ora può venire l'elettricista?”
“Guarda che c'è il Salone...”
“E' tra due settimane”
“Ah... ok”

“Sei libera venerdì?”
“C'è il Salone”
“E' tra due settimane”
“Ah... ok”

...and repeat. Nei giorni scorsi ero messa così: dovevo continuamente guardare il calendario per ricordarmi che al Salone Internazionale del Libro di Torino mancavano ancora due settimane. Quale miglior modo per cercare di contenere l'eccitazione presentandovi alcune realtà torinesi, in attesa di conoscerne altre di persona al Salone?
Qui di seguito una neonata rivista letteraria e tre case editrici, tutte Torinesi doc, così come si raccontano sui loro siti:

DIECICENTO

Tutti amiamo le storie: raccontandole costruiamo senso e diamo ordine al mondo. A noi piacciono in particolare quelle brevi; “DieciCento” è una rivista letteraria che si occupa di racconto. Perché le troviamo speciali? Parafrasando Julio Cortázar, il racconto è una sfera, una “meraviglia di perfezione”; la sua forza è quella di ritagliare un frammento significativo di realtà imponendogli determinati limiti fisici e facendo sì che vada oltre la storia che contiene. Analogicamente il racconto sta al romanzo come la fotografia al cinema.
“DieciCento” si propone di offrire il suo entusiastico contributo alla promozione di quest’arte pubblicando inediti che abbiano un sottile fil rouge: il legame della storia con Torino, città dove la rivista nasce e dove da qualche anno si sperimentano con successo nuove narrazioni. Questo è il confine, la mappatura dalla quale desideriamo che parta l’immagine contenuta nel racconto, l’apertura verso il mondo. Oltre alle pubblicazioni di racconti, su “DieciCento” troverete approfondimenti a cura della redazione: interviste, recensioni di raccolte edite e, perché no?, ogni tanto vi racconteremo anche le nostre storie su Torino.


AUTORI RIUNITI

L'unica casa editrice fatta solo da autori!
Il sogno è nato in una sera d’agosto torinese, calda e profumata. L’idea forte, rivoluzionaria alla base, i primi piani di lavoro, fogli da riempire, contatti da stringere, le proposte che si accumulano, i manoscritti da valutare. La lista di cose da fare: un’enormità. I libri, gli autori, i tipografi, la distribuzione, i librai, i social, i lettori. Ogni ambito, ogni aspetto affrontato con pazienza, tenacia, curiosità ed entusiasmo. Le ore rubate alle nostre vite, al lavoro, davanti a caffè, pizze napoletane da asporto, birre e risate, il cielo da fissare in pausa sigaretta (che poi pausa vera non è, perché si rimugina), i punti sulla lista che man mano vengono risolti. È stata una lunga e intensa cavalcata: e abbiamo appena cominciato. E su tutto il lavoro, la fatica, l’impegno, una domanda che aleggiava sempre: saremo in grado? Saranno in grado gli autori di diventare anche editori? Di ricoprire ogni singola mansione di una casa editrice, dall’editing alla grafica, dalla correzione bozze ai rapporti con i distributori e le librerie, dalla promozione agli aspetti tecnici, burocratici e amministrativi? A fare tutto quello che bisogna fare, nel modo giusto? Ora siamo pronti a far rispondere i nostri libri per noi.
Merita già solo leggere il loro manifesto, aggiungo io, QUI.

DIABOLO EDIZIONI

Sono passati cinque anni da quando, nell’autunno del 2011, nacque Diábolo Edizioni, ramo italiano di Diábolo Ediciones, uno fra i più dinamici editori di fumetti del panorama spagnolo. Ora quel ramo è cresciuto, è diventato un albero, ancora giovane ma rigoglioso, che ha messo solide radici in Italia ed è pronto a dare frutti tutti suoi. Succede che Diabolo abbandoni così l’accento fonico della grafia castigliana, per diventare a tutti gli effetti una realtà editoriale italiana, con una gran voglia di contribuire al fantastico momento del fumetto nazionale, pur mantenendo lo sguardo attento sul meglio della produzione di tutto il mondo. A parte questo non cambierà poi molto: grande cura nella scelta dei titoli, massima qualità nella finitura tipografica dei volumi, ampia varietà e ricchezza delle proposte, storie e immagini necessarie, capaci di lasciare segni indelebili nei nostri lettori.

LAS VEGAS EDIZIONI

La prima domanda che ci fanno tutti è: “Perché chiamare una casa editrice Las Vegas?” Las Vegas evoca peccato, gioco d’azzardo, luci al neon e spogliarelliste – tutte cose che c’entrano poco con i libri. Ma è anche il posto in cui tutto è possibile e i sogni possono diventare realtà. Abbiamo una visione anti-snob della letteratura. Crediamo che uno dei compiti di un editore sia quello di avvicinare la gente ai libri, non di allontanarla facendole credere di non essere all’altezza. A Las Vegas tolleriamo tutto, ma non le torri d’avorio. E allora entrate nella nostra città, fatevi travolgere dalle luci e dai colori delle nostre storie. Scommettete su di noi. Fatevi emozionare dai nostri libri, così come noi ci siamo emozionati quando li abbiamo scelti tra le centinaia di manoscritti che ci arrivano ogni anno.

Ora non rimane solo che superare il confine dello schermo e incontrare queste realtà dal vivo. Prossimamente, il mio tradizionale programma del Salone del Libro, edizione del trentennale!

lunedì 24 aprile 2017

Il ministero della bellezza


Provate a immaginare questo: un parrucchiere di enorme fama, non vedente, che riesce a salire al governo, istituire un ministero basato solo ed esclusivamente su severi canoni estetici e che incomincia pian piano a riorganizzare la vita degli italiani, prendendo sempre di più il sopravvento. Gli specchi sostituiscono la segnaletica stradale, cibi e bevande poco sani vengono messi al bando, l'ingresso ai centri urbani sono permessi solo dopo una selezione e chi non è abbastanza bello è obbligato ad indossare un sacchetto di carta con i buchi per gli occhi per potervi entrare, fino ad arrivare a un controllo delle nascite basato sulle capacità genetiche dei genitori di mettere al mondo dei bambini di bell'aspetto.
Quando il protagonista del libro, uno scrittore trentenne, capisce che non gli sarà più possibile pubblicare un libro perché non è abbastanza avvenente, cercherà prima di reagire e ribellarsi, poi cercando di farsi beffa del sistema ingaggiando una controfigura, una sorta di avatar.
Nel terzo libro della rubrica Turineisa “Il ministero della bellezza” di Marco Lazzarotto entriamo in quella che viene definita una realtà parallela, un universo distopico in cui vengono esasperati gli aspetti più inquietanti degli eventi sociali degli ultimi anni: i reality, il narcisismo dei Social e una politica dell'immagine sempre più preponderante.
Una lettura scorrevole e leggera che vi strapperà spesso un sorriso con i suoi paradossi e controsensi, ma non potrete fare a meno di non accorgervi del retro gusto amaro. A me ha fatto venire in mente questa frase, ricopiata su un mio quaderno parecchi anni fa:
Lo spettacolo sta per cominciare quando un pagliaccio esce dal sipario e intima a tutti di fuggire perché si è sviluppato un incendio. Tutti si guardano e pensano a uno scherzo per divertire il pubblico. Ma questo insiste, sbraita, si dimena. E tutti giù a ridere... Una grande risata li seppellì tutti, perché l'incendio c'era veramente. Ecco, così io mi immagino l'apocalisse. E così sembra che si stia realizzando.
E ho sperato fino all'ultimo in un finale diverso.

lunedì 27 marzo 2017

L'appartamento

Le invidiavo la confidenza con i gesti che, fino ad allora, avevamo attribuito agli adulti. Forse erano sempre stati lì, sottopelle, pronti a emergere come certi virus. I gesti degli adulti veri. Noi, semmai, ne eravamo dei pallidi imitatori.
Vi capita mai di sentirvi dei bambini che stanno giocando ai grandi? A me sì, spessissimo. Prendo un caffè con le amiche e ho come l'impressione di essere ancora quella bambina che giocava alle signore. Guardo VV e realizzo all'improvviso che sono, realmente, mamma. In quei momenti ho come un vuoto allo stomaco, un risucchio, perché mi rendo conto che non sto giocando, ma che sto davvero vivendo quei momenti e un po' mi spavento. Fa paura essere grandi. Quand'è che si smette di giocare e si inizia a fare sul serio?
Ripensai a una coppia che avevo accompagnato quel mattino. A come erano entrati, nell'appartamento, tenendosi vicini. Come avessero una sorta di timore reverenziale per quello che stavano facendo. Così giovani da essere ancora smarriti, nei gesti consueti della vita adulta. Aprire un conto in banca. Pagare le rate della macchina. Affittare un appartamento da dividere in due... Era nostalgia, quella che avevo provato, uno struggimento dolcissimo per quello che tutti siamo stati, e non saremo più. E per tutto quello che avremmo potuto essere e tutte le cose che non faremo più per la prima volta... a loro, la sensazione di aver fatto un passo in più in quella che era, all'apparenza, una strada tracciata, senza curve, in cui non è possibile smarrirsi... quello che vedevo, era la totale aderenza dei loro gesti alla realtà... Vedevo degli ingranaggi perfettamente congegnati, innestati senza traumi.
Cosa succede se quegli ingranaggi si inceppano? Se qualcosa va storto: non si sta alle regole del gioco, si finisce nella casella che ti tiene fermo un turno, devi ripartire dal via, perdi la partita? Puoi sempre provare a giocarne un altra. Puoi provare a smettere di giocare e iniziare a fare sul serio. Diventare grande. E' quello che cerca di fare Angelo, il protagonista di “L'appartamento” di Mario Capello, il secondo libro della rubrica Turineisa.
Separato da poco, lascia il lavoro precario nell'editoria per seguire la ex moglie e il figlio nel paese di periferia dove si sono trasferiti.
Cosa mi aveva spinto ad andare ad abitare vicino a loro, a Cortemaggiore, tre strade più in là a voler essere precisi, lì dove il paese finisce, dissolvendosi nei campi di fieno e granturco, nella cittadina dove ero cresciuto, a da cui ero fuggito alla volta di Torino appena possibile? Cosa mi aveva spinto a lasciare il mio lavoro?...avevo l'impressione di essere nel posto giusto. Esattamente nel posto in cui sarei dovuto stare. Al centro.
A casa mi aspettavano, immersi nell'acqua untuosa del lavello, i piatti del giorno prima. Poi avrei guardato un film, aspettando il sonno, nella mia casa vuota. E il giorno dopo, al termine di un'attesa di anni, avrei saputo cosa aspettarmi. Mi sarei svegliato con qualche certezza – poche, mediocri, ma salde.
Per mantenersi si mette a fare l'agente immobiliare ed è proprio accompagnando i possibili acquirenti a visitare di volta in volta appartamenti diversi che Angelo rifletterà e tirerà le file della sua vita e quella delle persone a cui è voluto rimanere accanto.
Pensai a quello che avevo detto poco prima, in macchina. A come vendere case e leggere manoscritti fossero più simili di quanto avessi pensato. A come entrare nelle storie degli altri fosse un pertugio, un buco in cui affondare lo sguardo dentro una camera oscura.
Durante una di queste visite conoscerà il Signor Ferrero, un uomo tutto d'un pezzo, solido e rispettabile, ma che custodisce un segreto, che riguarda non solo il paese in cui abitano, ma il passato dell'Italia intera. Angelo, da lettore amante delle storie, ascolterà anche quella di questo suo nuovo “amico” e poi agirà di conseguenza, come farebbe un adulto, perché in fondo vogliamo tutti la stessa cosa: non smettere di credere.
Vidi il paese per quello che, in effetti, era: un reticolo di sguardi reciproci. Nel quale nessuno poteva perdersi, ma dove nulla andava perduto.

...le famiglie riunite per cena nei loro appartamenti che la pulizia non poteva preservare dalle macchie dei dettagli nascosti, dai segni che il tempo passava anche in quei loro gusci protettivi, gli sguardi rivolti agli altri, come una rete, i segreti saputi da tutti, ma taciuti, messi da parte come ospiti sgraditi.
Un libro che ho letto tutto d'un fiato, che mi ha incatenata con la storia, ma anche con la scrittura, con le bellissime immagini e metafore legate agli appartamenti, i gusci che ci custodiscono. Un libro ottimista e fiducioso verso il futuro, per quanto il gioco dei grandi sia molto difficile, a tratti per niente divertente.
...aprire alloggi vuoti per arearli e convincere giovani coppie che il futuro esiste e tanto vale investirci.

lunedì 13 marzo 2017

Il marciapiede per Torino


Gironzolavo tra gli scaffali di una libreria quando il mio sguardo è stato attratto da questo libriccino che sulla copertina riporta una sorta di timbro con scritto “Turin”; sguardo che è subito corso al titolo: “Il marciapiede per Torino. Racconti” edizioni Ensemble. L'ho sfogliato velocemente e altrettanto velocemente l'ho comprato; pensavo di regalarlo a una persona di mia conoscenza che ama tanto girare a piedi per Torino.
I giorni passavano e il libro, appoggiato provvisoriamente sulla mia scrivania, continuava a guardarmi. E io lui. “Magari lo leggo, prima di regalarlo, tanto abbiamo abbastanza confidenza, non si offenderà”. E poi scorrevo i nomi degli autori elencati sulla copertina, i più a me sconosciuti; e poi ho incominciato a domandarmi il perché una raccolta di racconti su Torino, se era nata prima l'idea del libro o prima i racconti, e chissà come ne usciva fuori la mia città da quelle pagine.
Pensa che ti ripensa, rimanda e temporeggia, è così che è nata l'idea della rubrica Turineisa, così è cresciuta la mia curiosità di conoscere meglio la realtà culturale torinese e i suoi autori contemporanei e il primo libro di cui parlarvi non poteva che essere proprio questo, quello da cui tutto ha avuto inizio.
Dodici brevi racconti, uno diversissimo dall'altro, da cui emerge ogni volta una Torino altrettanto differente: protagonista, sulla sfondo, nebbiosa, fredda, o che ti avvolge calda come un ricordo, una città che ti appartiene, una città a cui appartieni; la Torino di una volta, la Torino sabauda, la Torino della Fiat, e quella di adesso, che si sta reinventando; la Torino della Mole, simbolo, stendardo che si erge in mezzo alla pianura, il Museo del Cinema e il Torino Film Festival; la Torino dei portici, delle piazze e dei Murazzi.
Il traffico, a modo suo armonico, era regolato dai vigili urbani, i civich, con i loro caschetti bianchi, come i guanti e i manganelli segnalatori. I tram verdi sferragliavano facendo o gara con i filobus, strapieni di assonnati operai in tuta blu, impiegati frettolosi e studenti rasati, con tanto di cravattino nero e cartella in cuoio marrone.
Era la Torino delle periferie grigie come il cielo, dei palazzoni in cemento armato che spuntavano a manciate sui prati di mille vie Gluck; era la Torino dei napuli, della disperazione e della speranza della gente del Sud, dell'Italia povera che si aggrappava al treno del boom economico. E i treni arrivavano, a centinaia, sotto le volte Liberty della stazione centrale di Porta Nuova,...
Era una città dalle mille contraddizioni, ma era la mia città.
In quella copia un po' sbiadita e provinciale della Detroit americana, sfavillavano i Saloni dell'Auto, della Moda e della Tecnica...
Era la città del derby di Sivory e Charles contro gli eredi di capitan Valentino, Bearzot e Ferrini.
Erano le strade della FIAT seicento e dell'Alfa Romeo Giulietta...
Era la mia Torino...

lunedì 27 febbraio 2017

Turineisa - La giornata di uno scrittore


Una giornata tipo di uno scrittore torinese me la immagino così, o io la trascorrerei in questo modo fossi una scrittrice e abitassi in centro a Torino. Un po' di fantasia non ha mai fatto male a nessuno...

Dopo ore trascorse davanti al pc cercando di scrivere il romanzo della vita, dopo aver percorso chilometri lungo il corridoio di casa alla ricerca del vocabolo perfetto, dopo aver pranzato da solo di fronte a uno schermo luminoso, dopo aver cominciato a dubitare di essere parte della banda, decide che è ora di uscire a prendere una boccata d'aria fresca. Passeggiando per Via Garibaldi direzione Piazza Castello, fa una piccola deviazione sulla sinistra, tra strette strade a senso unico che lo condurranno al “Bicerin”, storico e famoso locale frequentato da Cavour che da il nome all'altrettanta storica bevanda; c'è sempre la coda di fronte al piccolo bugigattolo tappezzato di marmo, legno e specchi che ospita pochi tavolini, ma lui non si fa trovare impreparato e in attesa legge “Carie”. Dopo aver gustato un'ottima cioccolata calda con panna e aver fatto pace col mondo e le sue velleità di scrittore, riprende il cammino che lo condurrà al “Circolo dei lettori”, non prima però di aver sbirciato le novità esposte alla “Libreria Luxemburg” e fatto un salto al primo piano tra trappetti e palchetto scricchiolante, a sfogliare le edizioni in lingua inglese, sua grande passione. A seconda del giorno della settimana, potrebbe essere impegnato a seguire un corso presso la “Scuola Holden” sognando di diventare uno dei docenti. Il venerdì non si perde le zandebirre di “Zandegù”: ha sentito dire che ora sta per partire anche il bookclub. In attesa che inizi, prende parte agli incontri di Bookcoaching Torino, per capire che cosa sia mai questa nuova diavoleria di fare coaching con i libri...
All'ora di tornare a casa, avrà fatto pace con i libri e le parole che si saranno rivelati, ancora una volta, i migliori compagni di vita.

In ordine di apparizione:

Bicerin: dal 1763, meta obbligata ed esperienza imperdibile per tutti i golosi.
Carie, La rivista letteraria che va alla polpa: fondata a Torino nel 2016, nasce in un Centro dentistico durante una pulizia dei denti, quando Ilaria e Davide, stufi delle solite riviste in sala d’attesa, hanno deciso di fondarne una. A loro si sono uniti gli altri "cariati”, appassionati di lettura, scrittura e illustrazione e si è formata la redazione. Anche se come questo sia davvero avvenuto, non è ancora chiaro a nessun cariato.
Circolo dei Lettori: fin dalla sua nascita (2006) si è rivolto agli amanti delle storie, a cui ha offerto un luogo elegante (il secentesco Palazzo Graneri della Roccia, in pieno centro a Torino) e un programma fitto di incontri, reading, presentazioni, gruppi di lettura e altri appuntamenti focalizzati sull’esperienza letteraria.
Libreria Luxemburg: la libreria più antica della città, aperta nel 1872 con il nome inziale di “Libreria Casanova”.
Scuola Holden: scuola per narratori fondata nel 1994, battezzata così perché l’idea era quella di fare una scuola da cui Holden Caulfield non sarebbe mai stato espulso.
Zandegù, “Tiriamo fuori i sogni dai cassetti”: credono in tante cose, soprattutto che non si smette mai di imparare e che se non sei curioso, lascia perdere.
Bookcoaching Torino, “Un buon libro non è quello che leggiamo ma quello che ci aiuta a leggere noi stessi”.

E ora che sappiamo che cosa fanno, dove vanno e che cosa leggono gli scrittori torinesi, non ci rimane che scoprire che cosa scrivono.