Una
paio di avvenimenti, tre per la precisione, che hanno attirato la mia
attenzione in questi giorni.
C'è
stata un'ondata di panico su Instagram all'annuncio che ci sarebbero
state alcune modifiche sulla visualizzazioni delle foto postate: non
più in ordine cronologico ma in base a un algoritmo che studia
quelle più gradite (che ricevono più “like”, per capirci); per
ovviare a questo inconveniente, chi vuole, può attivare l'opzione
delle notifiche cioè, ogni volta che qualcuno tra le persone che
segui posta una foto, tu ricevi l'avviso. Una pazzia a mio avviso,
alle volte non sopporto WhatsApp, figuriamoci ricevere centinaia di
messaggi al giorno! Ad essere penalizzati, ovviamente, sarebbero
stati gli utenti, come me, con pochi Seguaci;
ricevendo pochi Mi piace
finirei sicuramente in fondo alla fila. La modifica per ora non è
stata ancora messa in atto ma, nei giorni scorsi, è stato tutto un
comparire di foto con scritto “Se vuoi continuare a vedere le mie
foto, attiva la notifica”, la qual cosa ha reso Instagram parecchio
noioso! Ciò che mi ha colpito di più è stato che sembravano
maggiormente preoccupati a scomparire nel mare delle immagini proprio
chi ha centinaia e centinaio, per non parlare di n-mila, seguaci,
quasi fosse una questione di vita o di morte. Mi rendo conto che per
molti di loro, che utilizzano questo social come mezzo di lavoro,
poteva rivelarsi un inconveniente, una piccola seccatura; d'altra
parte, però, mi domando quanto siamo (mi metto in mezzo) diventati
dipendenti da questi programmi. Niente di nuovo, dubbi e perplessità
espressi già in passato su questa società così immersa e sommersa
nei e dai Social Network, questo bisogno morboso di stare sul
palcoscenico, questa
necessità smodata di essere notati, di ricevere un Mi
piace, di essere in qualche modo
gratificati.
(Nel
caso vi interessasse, la mia reazione all'episodio di Instagram è
stata, non solo di non attivare le notifiche, ma di smettere di
seguire alcune persone per cui provavo più curiosità pettegola
che reale interesse. Ne ho eliminate una trentina, della serie
seguirne pochi, piccoli, ma buoni).
Veniamo
al secondo episodio (sembra che salto di palo in frasca, ma io ci
vedo un filo e spero di riuscire a farlo vedere anche a voi).
Ho
visto “Room” e poi la notte ho faticato a dormire. Temevo sarebbe
finita così e credo di averlo voluto vedere anche per confermare a
me stessa quanto io sia fifona e impressionabile (forse anche un po'
pirla).
Mi
giravo e mi rigiravo nel letto non solo al pensiero che possa
succedere qualcosa di altrettanto terribile a mia figlia (venire
rapita e segregata, avere un figlio dal tuo aguzzino) ma, ed è forse
la cosa che mi terrorizza di più, a non farmi dormire era il
pensiero che tutto questo avvenisse in un semplice capanno degli
attrezzi in un giardino, in mezzo ad altre case, con i vicina di casa
che si conoscono magari da anni, si fanno gli auguri di Natale e
Buona Pasqua, con cui magari ti scambi favori, a cui lasci un attimo
il bambino per andare a comprare il pane.
“Quanto
ci conosciamo davvero?”, anche questa, come quella sui Social
Network, non è una domanda nuova...
All'altezza
del lavello della cucina, a casa mia, c'è una finestra. Tra
colazione, pranzo e cena, a quella finestra ci passo molto tempo e,
sebbene io non sia una ficcanaso, mi sono accorta che quel tempo lo
passo osservando il mio vicinato. Se fossi una scrittrice, potrebbero
nascere dei bei racconti sui miei vicini di casa, o un libro corale
su un quartiere. Per ora mi limito ad osservarli e così facendo,
tempo fa, mi sono accorta che era parecchio che non vedevo la signora
che abita la casa affianco la mia. Non conosco ne lei ne il marito,
non ci siamo mai parlati, se non il classico Buongiorno
o Buonasera quando ci
incontriamo per strada. Non sappiamo nulla uno dell'altro, se non
quello che vedo.
«Che
fine ha fatto quella signora?»,
mi domandavo, «Non ho più
visto la vicina, quella della porta di fronte...»,
ho fatto presente a mio marito, incominciando a temere il peggio
trattandosi di un'anziana. Ho poi tirato un sospiro di sollievo
quando l'ho vista ricomparire con un braccio rotto al collo, «Nulla
di grave», ho pensato.
«Chissà se anche loro se ne
accorgerebbero se io non dovessi esserci per un po'?»
mi sono domandata. E poi mi sono ricordata del giorno in cui mi
stavano portando via in ambulanza, di lei che è corsa in strada, in
pantofole e grembiule, a chiedere a mio marito se avevamo bisogno di
aiuto con la bambina piccola. E la risposta è stata sì, se ne
accorgerebbero, anche loro mi osservano.
Tre
eventi, così differenti tra loro, ma tutti e tre che parlano del
nostro bisogno che il nostro stare al mondo venga riconosciuto,
attestato, notato. Il nostro affermare «Eccomi.
Sono qui. Guardatemi.» Solo
che alle volte andiamo a cercare nel posto sbagliato, rivolgiamo il
nostro sguardo nella direzione errata, prestiamo attenzione a cose
insignificanti, lontane, non ci accorgiamo di chi abbiamo, davvero,
attorno. Alle volte, basterebbe uno sguardo, uno reale, a chi ci è,
davvero, accanto.
Molto condivisibili questi pensieri. Domani salvo imprevisti rivedrò una blog amica che vive all'estero che ho incontrato un'unica volta nel settembre 2011, ci siamo mantenute in contatto nonostante il suo blog non sia aggiornato spesso come il mio. Allora ho ripensato ai miei blog friends dell'epoca e mi sono resa conto che è una delle pochissime ad essere rimasta nel mio giro. Questo per dire, i contatti virtuali che valore hanno? E i social? Mah. Io ci tengo molto e credo che una selezione naturale sia logica, ma se persone che ritenevo così importanti nel 2011 2012 ora sono letteralmente scomparse dal mio panorama e non parlo di vedersi regolarmente, ma frequentarsi virtualmente, be' forse non lo erano poi tanto. Quindi tutto questo agitarsi per i social è un po' ridicolo. Ma ciò che mi colpisce del tuo post è la finestra dietro il lavandino in cucina, come nelle fighissime case americane, oh quanto lo vorrei. Baci Sandra
RispondiEliminaHo "perso per strada" amici che di virtuale non avevano nulla, questo per dire che non ha molta importanza sul "come" ci si conosce. Il mio era più un interrogarmi su "quanto" ci si conosce.
EliminaLa finestra altezza lavandino piace tanto anche a me!
Io non mi ritengo una frequentatrice di social.
EliminaLeggo vari blog, commento raramente (a parte qui!).
WA mi serve per rimanere in contatto con le mie sorelle e pochi altri amici.
Tutto il resto è non pervenuto.
Ciò non di meno mi pongo la stessa tua domanda: quanto ci conosciamo? Credo che dovrò dire poco, perché ormai la vita è vissuta di corsa, con l'ansia di arrivare, l'ansia da prestazione, il tempo che non basta mai (a fare cosa, poi?)... insomma si vive in modo superficiale. perché è facile lasciare un commento, schiacciare un pulsante che raffigura una manina. Ma stare ad ascoltare per ore le lacrime o le recriminazioni di un altro, correre ad aiutare la vicina a rinvasare la pianta perché lei non ce la fa e tu ti sei appena rifatta lo smalto, preparare la cena per l'amica anche se vorresti solo sprofondare sotto il piumone, ma lei ha solo quella sera libera, beh, è più difficile, meno immediato, meno frequente. Potrebbe sembrare che situazioni simili portino ad una maggiore concretezza, eppure, neanche questo è garanzia di una maggiore conoscenza.
Talvolta leggersi e scriversi attraverso il web ci consente di conoscersi meglio che non di persona, perché non creiamo barriere, non siamo legati all'estetica, riusciamo a leggere e scrivere nei momenti più opportuni. E se quanto ci si racconta è vero, possono nascere grandi amicizie che durano nel tempo. Ma, come si dice, gli amici veri son ben pochi ...
Servono tempo, attenzione, compassione, desiderio di condivisione per conoscersi. Ne abbiamo ancora?
La mia vicina più anziana ha 84 anni e una immensa voglia di morire.
Ogni tanto la vado a trovare e mi faccio raccontare di quando era giovane, oppure l'accompagno a guardare i fiori dell'aiuola di primavera.
Scruto nei suoi occhi in cerca di una scintilla di serenità.
Sarà egoismo, ma fare stare serena lei per poco tempo, fa sentire meglio me per giorni.
In questi giorni di terrorismo, di violenza, credo che i buoni rapporti di vicinato debbano essere consolidati, se non creati. Solo così, facendo gruppo, prestando attenzione gli uni agli altri, potremo essere più forti, sentirci più sicuri.
Scusa, stasera sono stata davvero prolissa, ma avevo voglia di condividere...
E ti ringrazio, di cuore, per questa condivisione.
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