lunedì 3 febbraio 2020

Finestre di Manhattan


New York, volenti e nolenti, fa così parte delle nostre vite e del nostro immaginario che è difficile immaginare ci sia ancora qualcosa di nuovo da dire. Che ci sia stati oppure no, ci sembra di conoscerla come le nostre tasche e ascoltiamo dubbiosi, a tratti anche annoiati, chi vuole raccontarcela, illudendosi di poterci sorprendere. Figurarsi chi inizia il racconto affacciandosi a una finestra di un albergo qualunque e che da su un cortile interno: muri di mattoni neri di fuliggine, ventole di aerazione, molti piani sopra a nascondere il cielo.
Quella che racconta all'inizio di “Finestre di Manhattan” è la prima di molte notti che l'autore spagnolo, Antonio Muňoz Molina, trascorrerà nella grande mela. Ed è la prima delle molte finestre a cui si affaccerà e da cui racconterà questa enorme e instancabile città.
Lo farà anche passeggiando senza meta per le sue strade, dai battelli che portano in giro i turisti, in attesa alla fermata della metropolitana, in visita ai numerosi musei, seduto a un tavolino di un locale jazz, o in una poltrona di uno spettacolo a Broadway, il giorno del crollo delle Torri Gemelle.
Ci troverete tutti i cliché, tutti i luoghi più turistici di New York, tutto quello che avete immaginato o visto della città. Eppure ci troverete molto, ma molto di più. Lo sguardo profondo dell'autore, capace di far scaturire riflessioni sulla vita dalla più banale delle viste e di fotografare con le parole.
Siamo stati di nuovo, metodicamente, senza rimorsi, turisti a Manhattan, siamo saliti di nuovo sull'Empire State e abbiamo atteso, appoggiati al parapetto di South Seaport, che si accendessero le ghirlande di luci del ponte di Brooklyn. Abbiamo fatto il giro dell'isola su un battello turistico, circondati da giapponesi che scattavano foto mentre scendevamo lungo la foce dell'Hudson fino alle macerie fumanti delle Torri Gemelle. Abbiamo passeggiato in Times Square nell'ora di punta di un sabato sera e abbiamo attraversato a Central Park, la domenica mattina, la distesa verde e serena dello Sheep Meadow, affinché loro [i figli dell'autore] potessero vedere l'orizzonte complicato e magnifico dei grattacieli.
E adesso hanno fatto il volo di ritorno sul nero dell'oceano Atlantico, sono rientrati in quella metà delle loro vite..., in scenari familiari che adesso guarderanno in un altro modo, perché li vedranno con gli occhi di chi è stato molto lontano e torna cambiato, serbando ancora vivide nella memoria le impressioni del viaggio, pietre di paragone che permetteranno loro di osservare per la prima volta con un certo distacco i luoghi consueti, la vita lasciata in sospeso il giorno della partenza... ciò che hanno visto qui e che pareva irreale e ormai sembra accaduto da molto tempo.
È un racconto lento, quasi a seguire il ritmo del passo dell'autore che percorre le avenue con qualsiasi clima o tempo, quasi a seguire la lentezza di uno sguardo che scorre lento su cose e persone e si prende tutto il tempo necessario per soffermarsi ad osservarle. Potreste quasi avere l'impressione di annoiarvi in alcuni punti ma, quando meno ve lo aspetterete, esattamente come quando si svolta un angolo di un grattacielo mentre si cammina, qualcosa arriverà a sorprendervi.
...che cosa ci faccio qui, con questo quaderno aperto sulle ginocchia, intento a fissare su un foglio di carta e con un sottilissimo filo di inchiostro il momento in cui vivo e le cose che vedo, servendomi delle parole, così astratte,..., per ottenere la precisa descrizione di un istante che mi sfuggirà per sempre, per catturare quel che avviene qui e ora, come la signora Dalloway tentava di afferrare contemporaneamente e in tutti i particolari le impressioni di una mattina di giugno in una strada di Londra.
Guardo e scrivo. Mi piacerebbe che la mano avanzasse da sola, automaticamente, in modo che gli occhi potessero non staccarsi mai, neppure per un attimo, dallo spettacolo che nutre l'intelligenza e la scrittura.
Pronti a innamorarvi o riinnamorarvi di New York? Buon viaggio.

mercoledì 22 gennaio 2020

Casa


Il prossimo fine settimana si terrà a Milano Homi, il Salone degli stili di vita, dove si potranno vedere le ultime tendenze dell'abitare. Al di là di mode, industria e commercio, riflettevo sull'importanza che la casa ha sulle nostre vite e di come queste ultime ruotino proprio attorno alle mura, che ci contengono, che ci proteggono, oppure da cui fuggiamo, di cui siamo privi o di cui vorremmo privarcene, di come averla fa sentire alcuni ricchi, non averla fa sentire altri liberi.
Vecchia, nuova, ristrutturata, isolata, in un condominio, con giardino, con un terrazzo, grande, piccola, buia, luminosa, piena, vuota, non c'è essere vivente al mondo che non senta il bisogno e la necessità di avere una casa, una tana.
E spendiamo tempo ed energie per cercare di renderla su misura per noi, come uccellini che rametto dopo rametto si creano il nido; ne abbiamo un bisogno fisico, per proteggerci da freddo e intemperie, ne abbiamo un bisogno spirituale, per sentirci liberi di essere noi stessi.
E così come noi agiamo sulle abitazioni, loro agiscono su di noi: siamo anche fatti della casa in cui siamo venuti al mondo e quelle che abbiamo abitato nel corso della nostra vita. E mentre noi cresciamo, loro evolvono con noi. Ci modellano e le modelliamo.
Ricorderò sempre di come un bimbo piccolo figlio di cari amici scoppiò in lacrime quando non trovò più un mobile in una stanza: era come se gli fossero mancate le coordinate, come se gli fosse crollato il mondo sotto i piedi. Non riconosceva più la sua casa. Non sarà un caso che il trasloco sia annoverato tra gli eventi più stressanti nella vita di un essere umano.
Decluttering, minimalismo, Marie Kondo, per citarne alcuni, sono solo alcune delle ultime mode in merito allo stile di vita che dimostrano come il posto in cui viviamo è anche specchio della nostra anima. Lo dimostrano bene scrittori ed artisti che, nelle loro stanze tutte per sé, hanno creato un'estensione delle loro opere.
Alcune letture per rimanere in tema:

Sandra Petrignani, La scrittrice abita qui, ed. Neri Pozza

Un viaggio in case-museo che, attraverso mobili e suppellettili, stanze e giardini raccontano la storia di alcune delle più significative scrittrici del Novecento. Un giro del mondo dove a ogni tappa è come se le protagoniste in persona aprissero la porta e svelassero sottovoce i segreti delle loro vite. Diari, poltrone, portafortuna, un grammofono... Sandra Petrignani ascolta la voce delle cose e delle stanze e le traduce nelle affascinanti storie di questo libro.

Nino Strachey, Stanze tutte per sé, ed. L'ippocampo

Tre case, un intreccio di rapporti umani e sociali, che Edward e Vita Sackville-West e Virginia Woolf crearono tra dimore che sfidavano le convenzioni dell'epoca. Il volume esplora le case dei tre scrittori legati al gruppo di Bloomsbury e narra storie intime d'amore e desiderio, di rapporti mutevoli e incontri erotici, descrivendo vividamente gli ambienti in cui si svolsero e schiudendo scenari inediti sul complicato intreccio di quelle esistenze.

Guia Risari, Mamma cerca casa, ill. Massimiliano di Lauro, ed. Paoline

Una mamma cerca una casa. La ricerca è tutt’altro che facile. Soprattutto perché non vorrebbe una casa qualunque, in un posto qualunque, con vicini qualunque. Una famiglia di immigrati alla ricerca di armonia e convivenza. Una casa aperta a tutti, in una città capace di accogliere tutti i popoli, con porte che danno su piazze nelle quali la gente si incontra e si rispetta. È un sogno, nel quale tutta la famiglia inizia a credere perché esistono utopie che possono diventare realtà.

Ci sono giorni salotto
scarpe nuove maglia bella
bello tu
perfetto tutto.
Ci sono giorni giardino
selvaggio, piedi scalzi
e risate e corse e salti.
Ci sono giorni soffitta
stai lontano da tutti
o quasi, e racchiudi ricordi.
Ci sono giorni cucina
tempo farcito
di progetti condito
di futuro.
E ci sono giorni
di pensieri in griviglio
giorni ripostiglio
sacchi pieni di sbagli
capelli straccio nel secchio
cuore stivale vecchio.

Chiara Carminati

lunedì 13 gennaio 2020

Una decade di libri


Va detto sinceramente: se non avessi visto sbandierato a destra e manca il fatto che stava per iniziare una nuova decade, forse non ci avrei fatto caso e, ancora più onestamente, non è che gli dia tutta questa importanza. Quando ho visto il proliferare di #tenyearschallenge, mi sono detta perché non fare qualcosa di simile ma con i libri che ho letto in questi dieci anni, magari salta fuori che ogni anno ha la sua peculiarità. Così è, in effetti.
I miei ultimi dieci anni di vita attraverso i libri che ho letto:

2009 Cathleen Schine “I Newyorkesi”

L'anno del matrimonio, che mi ha vista anche leggere libri come “Il galateo del matrimonio” ma, sopratutto, l'anno del viaggio di nozze nella grande mela e il realizzarsi di un sogno.
Complice l'amore per i loro amici a quattro zampe, un gruppo di persone più disparate si incontrano, si conoscono e stringono amicizia sullo sfondo di una New York lontana dall'immagine caotica che tutti conoscono. Romanzo piacevole, forse a tratti un po' lento, gli amanti dei cani avranno ossa per i loro denti.

2010 Daria Bignardi “Non vi lascerò orfani”

Una delle prime frasi che condivisi nel blog, inaugurato proprio in questo anno, è tratta da questo libro, che mi commosse molto. L'autrice racconta del suo rapporto complicato con la madre, perso da poco, con una nostalgia, una malinconia e un affetto che difficilmente vi lascerà indifferenti.

2011 Annie François “La lettrice. Biografia di una passione”

Ho dovuto sceglierne uno, ma in realtà i libri a tema “leggere/scrivere” letti in questo anno sono davvero molti. Credo farò un post, o di più perché forse uno diventerebbe troppo lungo, per condividere con voi questa mia passione sulla mia passione: la lettura e tutto ciò che gli gira intorno.
Questo volume in particolare è per gli amanti del libro come oggetto in se, prima ancora del contenuto: il piacere tattile e olfattivo, grana della carta e copertina; il timore di sciuparlo, la paura di doversene liberare per fare spazio ai nuovi venuti.

2012 Clarissa Pinkola Estés “Donne che corrono coi lupi”

Questo libro è magico, l'ho detto e ridetto. So con certezza che dopo averlo finito, il suo prodigio è avvenuto dentro di me slegando nodi che non sapevo neanche di avere.
Attingendo alle fiabe e ai miti delle più diverse tradizioni culturali, Clarissa Pinkola Estés fonda una psicanalisi del femminile attorno alla straordinaria intuizione della Donna Selvaggia, intesa come forza psichica potente, istintuale e creatrice, lupa ferina e al contempo materna, ma soffocata da paure, insicurezze e stereotipi.
Sento di averne nuovamente bisogno e credo sia giunto il momento di rileggerlo. Io non rileggo quasi mai.

2013 Francesco Piccolo “Storie di primogeniti e figli unici”

L'anno in cui è nata VV e in cui le mie letture sono state abbastanza, ma non completamente, monotematiche. Tra tutti i manuali e romanzi a tema, questo è quello che mi ha fatta ridere più e più volte. Siamo tutti figli e tutti ci riconosceremo in uno o più dei racconti che l'autore ha scritto sull'infanzia, con il suo grande dono di sapersi soffermare sulle piccole cose.

2014 Alice Munro “Uscirne vivi”

Durante la prima passeggiata che feci dopo essere uscita dall'ospedale, in seguito a quello che si rivelerà essere solo il primo degli interventi chirurgici che subirò, mi recai con grande fatica fino a una libreria e quando vidi questo titolo lo considerai profetico. Questa raccolta di racconti in realtà non mi piacque molto, ma riassume in due parole quello che fu per me quell'anno.

2015 Marie Kondo “Il magico potere del riordino”

Riordino, minimalismo, decluttering, downshifting sono diventati parte integrante della mia vita; azioni che quando le pratico hanno il potere di rimettere in quadro non solo la casa e la vita che conduco, ma anche dentro di me. È un processo che non ha mai fine e che, ogni volta, ti fa scoprire cose nuove su te stesso.

2016 Marco Peano “L'invenzione della madre”

In realtà, oltre a questo libro, ne avevo scelti anche altri tre, perché il 2016 non è stato solo l'anno in cui ho scoperto di essere malata, ma anche quello del Bookcoaching e del bellissimo viaggio in Scozia. Però la malattia l'ha fatta da padrona. Un romanzo autobiografico in cui l'autore, pagina dopo pagina, prende commiato dalla madre malata terminale. È straziante, ma vale la pena leggerlo.

2017 Alessio Cuffaro “La distrazione di Dio”

L'anno in cui ho deciso di iniziare la rubrica #turineisa e che mi ha fatto conoscere autori poco noti ma molto bravi. Del libro ne avevo parlato QUI e QUI trovate tutti gli altri #turineisa. Vale la pena incamminarsi su sentieri poco battuti, molto spesso si fanno belle scoperte. Inutile aggiungere che non vale solo per i libri.

2018 Debra Adelaide “Vorrei lasciare tutto in ordine”

Mi sono resa conto che non avevo ancora avuto fino in fondo paura di morire, che in me era ancora rimasta una piccola speranza, che poi è stata scacciata via. La paura è arrivata, ha piantato le tende e io non sapevo come gestire questo ospite sgradito. Questo libro, di una donna malata che prende congedo dalla sua famiglia, e che pensa che per poterlo fare debba lasciare tutto in ordine è stato come un gioco di ruolo: mi ha fatto vedere come potrebbe succedere, che succede anzi e che, in qualche modo, paradossalmente, “sopravvivono” tutti, se mi passate il termine contraddittorio. Mi ha, mi ripeto paradossalmente, rassicurata.

2019 Concita De Gregorio “Così è la vita. Imparare a dirsi addio”

Rifugiarmi nei libri forse è un gesto ingenuo, come se tra le pagine potessi trovare sempre le istruzioni sulla vita, però molto spesso per me è così. O, se non proprio le regole del gioco, trovo almeno un po' di consolazione, mi sento meno sola, se non addirittura compresa.
La morte fa parte della vita, rendersene conto è molto doloroso, accettarlo ancora di più. Concita De Gregorio ha un tono di voce pacato, intimo, comprensivo quando racconta episodi che hanno a che fare proprio con questi temi tabù: malattia, insuccessi, morte; e ti accompagna per mano, attraverso il dolore.

Quali letture mi regalerà questa nuova decade? Sono molto curiosa di scoprirle.
Una cosa è certa, i libri sono i compagni più fedeli della mia vita.

lunedì 23 dicembre 2019

Nulla due volte accade


Accingersi a scrivere l'ultimo post di questo anno è molto difficile.
Impossibile non vedere la grande nube scura che è stata la morte di mio padre e con lei ogni bilancio, ogni ricordo, ogni considerazione, se messa a paragone, verrebbe oscurata. Mentirei però se dicessi che, dopo il due marzo, questo anno è sempre stato solo brutto, grigio, triste.
Ci sono stati giorni buoni, giorni meno buoni, giorni bellissimi, giorni disperati.
C'è stata vita.
Se c'è una cosa per cui devo essere grata è la consapevolezza e l'accettazione, o almeno il provarci, per ciò di cui è fatta la vita. Chiamatela maturità. Non lo so. So solo che sto smettendo di lottare inutilmente contro cose che non posso cambiare, contro cose di cui non ho il controllo. Non sono rassegnata, cerco solo di prenderne atto e vedere che cosa posso fare con tutto questo. Alle volte è pura convivenza. Alle volte gli eventi si trasformano in lezioni.
Nei momenti di lucidità, mi rendo conto che sto imparando a vivere e sono fiera di me stessa. Nei momenti di tristezza, sento che ho sbagliato e mi sento persa. Nei momenti di ottimismo sento che ho ancora molto da imparare e mi sento speranzosa.
Per la prima volta non ho fretta che un anno si chiuda e non ripongo nessuna speranza in quello che si apre, perché ho l'assoluta certezza che la vita mi offrirà sicuramente tante cose, belle e brutte, proprio come ha fatto finora. Starà a me avere occhi e cuore aperto per accoglierle. Sarebbe bello la bilancia pendesse sempre solo verso quelle belle, purtroppo la vita non sempre è così.
Spero di riuscire ad essere presente e attenta, per godere di ogni attimo, per poter dire più e più volte “Ah, allora è così...”
Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.

Non c'è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.

Perché tu, malvagia ora,
dai paura e incertezza?
Ci sei – perciò devi passare.
Passerai – e qui sta la bellezza.

Wisława Szymborska
Vi faccio i miei migliori auguri. Arrivederci nella nuova decade,
Francesca

mercoledì 27 novembre 2019

Il fucile da caccia


C'è un uomo, di spalle, che si inerpica per un sentiero in mezzo a un bosco. Ha un fucile in spalla, un cane che lo segue a poca distanza e fuma la pipa con aria meditativa. Nell'aria gelida del mattino di inizio inverno procede lentamente, passo dopo passo, attento a non scivolare: è l'immagine di una sconfinata solitudine. “Un freddo guerriero”, “uno spirito solitario” che “punta il fucile sulle sue prede”.
Potrebbe succedere che, come me, siate riluttanti a seguirlo, ma vi invito a insistere, a non abbandonare il sentiero e a tenere il suo ritmo, che non è affatto veloce, tutt'altro.
Potrebbe succedere che sentiate avvolgervi dal freddo e dalla solitudine emanati dalla sua figura, che vi farà scoprire che “esiste il colore della tristezza, un colore che le persone possono vedere chiaramente”.
Quest'uomo ha una storia da raccontare, è una storia d'amore, “un amore che non riceve i raggi del sole, che non si sa dove nasca e dove vada a finire, sepolto nelle viscere della terra come un canale sotterraneo”.
Quest'uomo vi metterà di fronte a questa domanda: è meglio amare o essere amati?

Ho conosciuto “Il fucile da caccia” di Inoue Yasushi grazie a un corso di libroterapia che sto seguendo presso la biblioteca di Collegno, in provincia di Torino. La prima cosa bella è stato proprio la scoperta di un autore e di un libro che, molto probabilmente, non avrei mai letto. La seconda cosa bella è che si potrebbe andare avanti all'infinito a parlare di questo libro, lungo appena un centinaio di pagine, così come leggerlo e rileggerlo facendo ogni volta una nuova scoperta: una frase, un'immagine, una sfumatura. Nella sua brevità è così potente, così denso di significati, così denso di vita da sorprenderti ad ogni pagina. Volutamente non racconto qualcosa di più della trama, perché è importante scoprirla un poco alla volta, seguendo il ritmo del racconto.
L'autore è un critico d'arte e questo si riflette sulla sua scrittura, dove le parole sono calcolate al millimetro così come il tratto di un pennello, la storia procede per immagini e le pagine sembrano aprirsi sul destino dei suoi personaggi, sui grandi bivi che la vita ci presenta.
Se ci penso adesso, è stata quella strada a portarmi fin qui dove mi trovo adesso. Se in quel momento avessi preso la strada verso il mare, dove eravate voi, forse oggi sarei una persona diversa. Ma, per fortuna o sfortuna, non lo feci. Pensandoci, credo di essermi trovata allora di fronte al più grande bivio della mia vita.

giovedì 31 ottobre 2019

Il posto che più fa paura


Due settimane fa c'è stato il compleanno di mio padre, il primo senza di lui. Avrebbe compiuto ottant'anni e, chissà, forse gli avremmo fatto una grande festa. Ci siamo riuniti comunque e gli abbiamo dedicato una cena, mio nipote avrebbe voluto che apparecchiassimo anche per lui.
Inevitabile quindi, anche in vista di Halloween e del giorno dei morti e il mio vissuto come malata (ma anche caratteriale), che i miei pensieri siano andati più volte in quella direzione, che si siano soffermati più del dovuto negli angoli oscuri della mente.
Nel mio percorso di malattia ho avuto la fortuna di incontrare una bravissima psicologa, che non solo era in grado di leggermi dentro, ma che è riuscita a fornirmi, senza che io quasi me ne rendessi conto, gli strumenti per combattere il mio peggior nemico: la mia mente. È lei a creare le mie paure, è lei a nutrirle ed a farle crescere, è lei a dargli potere e ad esercitarlo contro di me.
Ho pensato di condividere con voi quanto ho appreso, perché tutti passiamo momenti bui, perché a tutti capita di incappare quella strada senza ritorno che sono le paure e chissà che non possa esservi di aiuto. Ci tengo però a sottolineare che quanto sto per scrivere non può e non deve sostituirsi a un medico vero e proprio e che, se sentite di averne bisogno, non dovete esitare a chiedere aiuto a chi ha le competenze giuste.
Inoltre, per quanto razionalmente io sappia che cosa dovrei fare (pensare) in alcuni frangenti, non sempre ci riesco, lo dimostra la profonda depressione in cui sono caduta la scorsa estate e per cui ero quasi pronta a ritornare dalla mia dottoressa.

SONO SOLO PENSIERI

Pare assurdo, ma spesso ce ne dimentichiamo, sono così grandi, forti e occupano per intero la nostra mente che diventano reali. E invece no, non esistono e ricordarcelo può alle volte aiutarci a ridimensionarli. Ripeterlo spesso «È solo un pensiero» può aiutarci a ricordare quello che è veramente: un frutto della nostra fantasia, che non è successo, o non ancora, che potrebbe non succedere mai.

CI PENSERÒ SE E QUANDO ACCADRÀ

Sono campionessa mondiale di “studio di possibili scenari”. Pensate di aver considerato tutte le eventualità e tutte le variabili di un caso? Venite da me che ve ne tiro fuori almeno un altro paio. “E se” è il mio secondo nome e “Se qualcosa può andar male, lo farà” il mio motto. Ho perso il conto delle giornate che trascorro zittendo la mia mente dicendole che ci penserò quando sarà il momento. (E pregando dentro di me che quel momento non venga mai...)

NON È CAMBIATO NIENTE RISPETTO A IERI

La mia quotidianità ora è fatta anche di frequenti controlli medici e di attese tra un esame e il ritiro degli esiti. Questi periodi possono essere stancanti per i pensieri apocalittici di cui vi parlavo nel punto precedente, ma anche per l'entrata in scena di un nuovo personaggio: l'ipocondria. Il dottore che mi ha in cura me l'ha anche detto: «Passerai il resto della tua vita a fare esami che, nella maggior parte delle volte, risulteranno inutili.» Allo stesso tempo non fanno che ripetermi che devo stare attenta a ogni minimo segnale... Non è facile trovare un equilibrio in tutto questo e, se davvero non voglio passare il mio tempo a fare esami di controllo, ogni tanto devo ricordarmi che fisicamente sto esattamente come …(inserire periodo felice e spensierato a piacere)

METTERE VIA I PENSIERI

Questo consiglio mi rendo conto non essere molto facile da mettere in pratica; parte dal presupposto che i pensieri siano cose materiali, fisiche e che tu sia in grado di maneggiarli. Un giorno, durante l'incontro con la mia psicologa, ero particolarmente arrabbiata e lei, prima di concludere e di salutarmi, mi ha chiesto di lasciare a lei la mia rabbia. Ha ignorato il mio sguardo stupito e scettico e ha continuato il discorso come se nulla fosse. «Ti vedo davvero tanto arrabbiata, se non ti dispiace, ti pregherei di lasciarmi la tua rabbia. Me ne prenderò cura io, lasciala qui con me, lasciala a me. Ora sai che lei è qui con me, in buone mani.» Le ho risposto dubbiosa di sì, ma uscita da lì, ho realizzato che, come per magia, la rabbia non era venuta via con me. Da quel giorno, sebbene riconosca l'importanza dei miei sentimenti e il diritto di provarli tutti, nessuno escluso, mi sento anche in potere di scacciarli fuori dalla porta, di lasciarli orfani. Soprattutto le paure.

So per esperienza personale che non è affatto facile; ci sono giorni in cui arrivo a sera stremata dalla lotta continua nella mia testa per tenere a bada le paure, ci sono giorni in cui basta un richiamo e le paure se ne vanno, ci sono giorni in cui soccombo e il terrore vero mi scuote, ci sono giorni in cui le paure non si presentano e io sono più leggera. Per fortuna, ogni giorno è diverso dall'altro.
Per essere felici bisogna eliminare due cose: il timore di un male futuro e il ricordo di un male passato; questo non ci riguarda più, quello non ci riguarda ancora.
Seneca

mercoledì 23 ottobre 2019

100 Gianni Rodari


Recentemente ho letto un post su Facebook, di quelli di persone sconosciute ma che per la magia del “tizio che conosci ha commentato” vedi anche tu. Questa persona, in merito all'iniziativa #ioleggoperché, affermava una cosa che condivido appieno e cioè che si dovrebbe smetterla di parlare della lettura come una cosa elitaria, difficile, impegnata, ecc.; forse, diceva, dovremmo partire dalla più semplice verità: leggiamo perché è divertente.
Io stessa sono spesso vittima di questo modo di vedere la lettura, lo capisco quando sono reticente ad ammettere che no, quel libro proprio non l'ho letto. Questa “vergogna” riguarda buona parte della mia infanzia. I libri in casa dei miei genitori non sono mai mancati, lo dimostra il fatto che sia io che i miei fratelli siamo diventati forti lettori; però se penso alla me bambina so che ci sono tante lacune: Rodari, Pitzorno, solo per elencarne alcuni, sono grandi assenti della mia biblioteca personale. Non lo so perché, forse i miei genitori non davano così grande importanza a che cosa si leggeva, forse non avevano il culto del “classico”. Sicuramente avendo due fratelli molto più grandi di me, io ci tenevo tanto a leggere i loro stessi libri, cosa che, infatti, facevo di nascosto. Non a caso affermo con sicurezza che per far leggere un libro uno dei miglior modi e vietarlo.
L'altro buon metodo, quello che involontariamente hanno applicato i miei genitori e ora stiamo facendo io e mio marito, è l'esempio: se tuo figlio ti vede spesso con un libro in mano, completamente assorto nella lettura e, se cerca di attirare l'attenzione, si sente rispondere “Fammi finire il capitolo”, ci sono buone possibilità che faccia anche lui la stessa cosa. Perché è divertente.
Le parole sono divertenti, con le parole si possono fare tantissimi giochi, sono uno strumento potentissimo, fanno volare la fantasia. Lo sapeva bene Gianni Rodari, che con le sue storie ha divertito, ispirato, insegnato, commosso e continua a farlo nei suoi libri senza tempo, perché parlano di sentimenti che sono universali. Proprio oggi, nel 2020, cadrà il centenario della nascita e sono già iniziati i festeggiamenti. Un anno in cui verranno ristampate nuove edizioni, verranno condivise foto, notizie, giochi e che andranno a creare un grande portale celebrativo. Lo trovate QUI e, se volete rimanere sempre aggiornati, potrete anche iscrivervi alla newsletter.
Inoltre, per i lettori “alle prime armi”, in libreria si può ora trovare una nuova collana: “Leggo una storia con il maestro Gianni”; quattro libri scritti in stampatello maiuscolo per esercitarsi nella lettura divertendosi, perché come diceva Rodari: vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? Li trovate QUI.
Per quanto mi riguarda, è giunto il momento di recuperare un grande assente della mia biblioteca di bambina. Buon divertimento.
Un «libbro» con due b sarà soltanto un libro più pesante degli altri, o un libro sbagliato, o un libro specialissimo.
Gianni Rodari